Il pedoporno è parte del P2P

Presa di posizione dinanzi al Congresso delle società del peer-to-peer che rispondono alle accuse: i materiali che girano sui network di scambio non si possono controllare. Si può solo fare informazione

Roma – I parlamentari americani sono stati informati male sulla questione: sradicare il giro di immagini di pornografia infantile dalle reti del peer-to-peer è oggi impossibile, sebbene qualcosa si possa fare, e già verrebbe fatto, per limitarne la circolazione.

Questo il quadro disegnato in una lettera firmata da P2P United , il consorzio che riunisce alcuni dei più importanti attori del settore del peer-to-peer, produttori di tecnologie chiave nel mondo dello scambio-file come Grokster , Morpheus o eDonkey . Una lettera spedita non a caso al senatore Lindsay Graham, che guida un gruppo di parlamentari americani che da tempo stanno investigando sulla circolazione di pedopornografia sulle piattaforme di file sharing. Nel Congresso forti sono le tentazioni di intervenire pesantemente contro il P2P proprio a causa della pedopornografia.

La lettera è una risposta agli attacchi provenuti dal Congresso, a partire proprio da Graham, contro quella che è stata definita “inazione” contro il fenomeno del pedoporno. I parlamentari, affermano ora quelli di P2P United, “sono stati deliberatamente disinformati da una industria che coltiva i propri interessi sulle capacità tecnologiche dei servizi peer-to-peer”. “Non è vero – insistono nella lettera – che non intendiamo filtrare materiali protetti da copyright o contenuti sessuali inappropriati. Noi semplicemente non possiamo farlo”.

Secondo le società produttrici, dunque, la natura stessa del peer-to-peer, decentralizzata, senza server centrali che gestiscano il traffico, rende di fatto impossibile determinare filtri efficaci, capaci davvero di incidere sulla circolazione di certi materiali. Una situazione che potrebbe cambiare, asserisce P2P United, soltanto se questi network cambiassero strutturazione e si basassero su macchine di gestione come poteva fare il primo Napster. Un cambiamento che, però, i produttori del P2P non hanno alcuna intenzione di far proprio.

Lindsay Graham La lettera richiama anche l’iniziativa Parent 2 Parent lanciata da P2P United lo scorso ottobre per combattere il pedoporno, una operazione fatta di molte parole e pensata più che altro per informare i genitori su cosa è e come dovrebbe essere utilizzata la tecnologia delle piattaforme di scambio. Da allora, quando è stata presentata, non molti passi in avanti sono stati fatti nonostante il consorzio avesse dichiarato che questo era solo “il primo di molti provvedimenti che saranno presi da un nuovo settore industriale per raggiungere un obiettivo fondamentale”.

P2P ha accompagnato la propria lettera con una messe di documenti tecnici che dovrebbero dimostrare l’impossibilità di filtrare i contenuti. Ma non è detto che riescano a ribaltare l’impressione che sul Congresso hanno avuto le presentazioni della nemesi di P2P United, vale a dire l’associazione dei discografici americani RIAA , che da tempo accusa il P2P di essere un veicolo di pornografia infantile.

Le dimostrazioni della RIAA, condotte a Washington con l’ausilio delle tecnologie di filtro sviluppate da società specializzate, erano state pensate proprio per convincere il legislatore americano che filtrare è possibile utilizzando tecnologie che sono già in commercio. “Se la comunità P2P intende seriamente diventare legittima – aveva dichiarato la RIAA all’epoca – allora dovrebbe lavorare su questi strumenti tecnologici per affrontare il problema pirateria”.

Non solo, forte impatto sulla questione della pornografia infantile nel P2P si era registrato lo scorso marzo quando il braccio investigativo del Congresso, il GAO, presentò una indagine piuttosto dettagliata sul fenomeno. “Abbiamo utilizzato – avevano scritto gli esperti del GAO – 12 parole chiave che sono note per essere collegate in internet a pedo-pornografia, per cercare file di immagini di questo tipo. Abbiamo identificato 1.286 file, ognuno dotato di titolo, e determinato che circa il 42 per cento era associato ad immagini pedo-pornografiche. Dei rimanenti, il 34 per cento è stato classificato come pornografia adulta e il 24 per cento come immagini non pornografiche”.

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