Interviste/ALCEI, i pericoli per la rete

Il risultato è che gli utenti con meno esperienza ricevono una percezione distorta dell'internet, che non viene vissuta nel suo elemento centrale: la comunicazione interattiva


Roma – Stand By ha intervistato Andrea Monti che oltre ad essere un esperto delle cose della legge e della rete è anche una delle anime di ALCEI , l’associazione italiana che combatte per la difesa della libertà nella comunicazione digitale.

D: Come giudichi la procedura giudiziaria attivata contro il ragazzo norvegese che ha creato il DeCSS, un programma per vedere DVD su sistemi Linux che consente di fatto la copiatura degli stessi superando le “protezioni” industriali, al punto da scatenare le ire di Hollywood? E ‘ un caso scottante che secondo la Electronic Frontier Foundation minaccia la “libertà di espressione”.
R: La questione delle limitazioni regionali dei DVD è uno scandalo bello e buono.
Insieme ad altre 19 associazioni di tutto il mondo, compresa la EFF, ALCEI ha diffuso un comunicato che denuncia chiaramente l’ingiustizia di questo stato di fatto. La divisione del mondo in sei zone e la conseguente incompatibilità fra lettori e supporti acquistati in zone diverse è un grave pregiudizio per i consumatori che sono costretti a comprare un lettore per ogni zona (posto poi di avere il televisore compatibile) o a farsi modificare il proprio lettore, spendendo somme spesso consistenti e perdendo ogni garanzia sul prodotto.
Nell’economia globale, è inaccettabile che un consumatore non possa scegliere il miglior prezzo per lo stesso prodotto. Ma il rischio più grave è per la diffusione della cultura.
Il DVD è uno strumento utilissimo per veicolare espressioni artistiche della più varia natura. Impedire – per mere questioni di interesse commerciale – di poter vedere un film o una rappresentazione teatrale, che mai sarebbero “tradotte” nella zona europea, significa tagliare fuori le persone di importanti esperienze di arricchimento culturale.
Per quanto riguarda il caso specifico, devo segnalare che sia in Europa che in Italia sono in discussione progetti di direttiva e di legge che andranno a sanzionare penalmente anche il solo scambio di informazioni legate ai sistemi di protezione hardware e software.
Questo è un fatto molto grave, perché si pretende di consegnare letteralmente le “chiavi” della sicurezza nelle mani di pochi portinai, impedendo al resto del mondo di capire come e perché funzionano certi sistemi. Quello che dovrebbe essere punito è l’abusivo sfruttamento commerciale di questi sistemi e non il loro semplice studio.

D: Le nuove regole per la registrazione dei domini .it consentono anche a chi non ha partita Iva di registrare un proprio dominio, uno solo. Non si configura una limitazione nella libertà dell’individuo, limitare la sua possibilità di registrazione di domini? Soprattutto tenendo conto che le aziende possono registrarne a volontà? Non significa questo mettere davanti gli interessi dell’impresa e dietro quelli del singolo, delle associazioni, dei gruppi culturali e via dicendo?
R: E’ un tema spinoso. Sul punto, la discussione in seno alla Naming Autorithy – della quale faccio parte insieme ad altri 160 (circa) appassionati colleghi – è molto accesa. Nella diversità delle opinioni, credo di poter dire che su una cosa c’è accordo: non esiste una soluzione “ottima”.
Personalmente – ma non è la posizione della NA – ritengo che non dovrebbero esistere limiti di sorta alla registrazione dei domini. Mi rendo tuttavia conto – come sta accadendo – che i soliti “furbi” stanno facendo man bassa di tutto il registrabile, andando così a ledere i diritti di altre persone in buona fede. Probabilmente se si ancorasse la registrazione di un dominio ad un effettivo utilizzo (che non è pubblicare per anni la paginetta “under construction”), a pena di revoca, si potrebbe arginare il fenomeno.


D: Rodotà, il Garante per la privacy, ha di recente posto l’accento su “questa internet che assomiglia sempre più ad un supermercato”. La commercializzazione della rete ad un utente di vecchia data può sembrare un’aggressione. Quali sono i rischi associati a questa tendenza?
R: Detta in questi termini, mi sembra una considerazione piuttosto di maniera.
Non sono dell’opinione che il business in sé vada demonizzato. La rete ha un enorme potenziale di relazione umana e in questo ambito c’è sicuramente spazio anche per gli aspetti di business.
Il problema semmai è quello di non comprimere o limitare i diritti individuali a favore delle attività commerciali, adottando pratiche come la profilazione utente, che sono inutili e generano solo confusione. La rete offre alle persone un’opportunità mai vista prima, quella di far sentire la propria voce, ma spesso – sempre – nessuno si serve di questa potenzialità.
Ecco dunque che hanno facile gioco i soggetti – come le aziende – che hanno tempo e risorse da dedicare alla “colonizzazione” dell’internet. In altre parole, se la rete somiglia ad un supermercato, probabilmente ciò dipende dall’assenza degli utenti che non riescono a percepire che l’internet serve anche ad “altro”.

D: Sulla gestione dei dati personali, USA e UE stanno affannosamente cercando un accordo. Le regole UE sembrano garantire maggiormente l’utente. Dobbiamo temere un’intesa?
R: Quello che nessuno – tranne pochi “eretici” – dice, è che la legge sui dati personali “vieta” l’internet. L’argomentazione è abbastanza complessa, ma può essere sintentizzata dicendo che si possono comunicare dati all’estero solo verso paesi che offrono adeguate garanzie e gli USA – per la legge italiana – non sono fra questi. Dal punto di vista sostanziale, al contrario, credo che la riservatezza sia tutelata molto meglio oltreoceano che dalle nosrte parti.

D: Quali sono i pericoli più gravi che tu puoi vedere per la libera espressione su Internet oggi in Italia?
R: Temo fortemente l’incultura nella quale vengono sprofondati i “nuovi arrivati” che invece costituiscono il patrimonio più importante dell’internet. La rete – anche a livello politico – è percepita come un giocattolo, un gadget o come un clone della TV. Il risultato è che gli utenti con meno esperienza ricevono una percezione distorta dell’internet, che non viene vissuta nel suo elemento centrale: la comunicazione interattiva.
Il risultato di tutto questo è una pericolosa omologazione e l’invio all’ammasso di milioni di cervelli. Su questo terreno, poi, si può depositare di tutto, anche delle pietre tombali per la libertà di pensiero.

Intervista a cura di Paolo De Andreis

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