Assange: no all'estradizione, rischia il suicidio

Negata la richiesta di estradizione avanzata dagli Stati Uniti: il co-fondatore di WikiLeaks è stato ritenuto a rischio di suicidio.
Negata la richiesta di estradizione avanzata dagli Stati Uniti: il co-fondatore di WikiLeaks è stato ritenuto a rischio di suicidio.

No alla richiesta di estradizione negli Stati Uniti per Julian Assange poiché ritenuto a rischio suicidio. È quanto ha stabilito la giudice britannica Vanessa Baraitser riconoscendo al tempo stesso la validità di alcune delle accuse mosse nei suoi confronti: il lavoro svolto è andato oltre quello di un giornalista e non può essere considerato legittimo appellandosi alla libertà di stampa poiché il diretto interessato avrebbe invitato gli americani a unirsi all’intelligence USA per poi diffondere informazioni riservate.

Julian Assange non verrà estradato negli USA

Da Washington è già arrivata la conferma della volontà di ricorrere contro la decisione presso la Corte Suprema del Regno Unito. Questo allungherà inevitabilmente il procedimento. 49 anni compiuti a luglio, oggi si trova nel penitenziario Her Majesty Prison Belmarsh di Londra. Riportiamo di seguito in forma tradotta un estratto dal documento del tribunale.

Riconosco nelle carte ci siano riferimenti che indicano un umore molto migliorato e uno spirito più leggero, ma l’impressione generale è quella di un uomo depresso e talvolta disperato, sinceramente timoroso per il suo futuro. Per tutte queste ragioni credo che il rischio Mr. Assange possa commettere suicidio in caso di ordine di estradizione sia sostanziale.

La fondazione di WikiLeaks risale al 2006, ma il portale è balzato agli onori delle cronache solo quattro anni più tardi in concomitanza con la pubblicazione di documenti riservati riguardanti le operazioni militari statunitensi nei territori di Iraq e Afghanistan e il campo di prigionia di Guantánamo. Contenuti che, secondo l’accusa, sarebbero stati consegnati ad Assange da paesi ostili agli USA, a partire dalla Russia.

Nell’autunno 2018 ha passato il testimone a Kristinn Hrafnsson, già portavoce dell’organizzazione dal 2010 al 2016. Solo pochi mesi fa sono stati mossi nuovi capi d’imputazione a suo carico dal Dipartimento di Giustizia: tra questi il reclutamento di hacker appartenenti ai gruppi Anonymous e LulzSec.

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