Kazaa: noi come il Betamax

Al processo dell'anno che si tiene in Australia le major definiscono gli utenti del P2P ladri e quelli di Kazaa loro complici. Nel mirino anche Skype. Sharman si difende come può. Tra i canguri si decide il futuro del software di scambio
Al processo dell'anno che si tiene in Australia le major definiscono gli utenti del P2P ladri e quelli di Kazaa loro complici. Nel mirino anche Skype. Sharman si difende come può. Tra i canguri si decide il futuro del software di scambio


Canberra (Australia) – Ore di dibattimento infuocato nei primi due giorni del processo contro Sharman Networks, casa produttrice di Kazaa , un processo che ancora una volta vede sul banco degli imputati i software di file sharing e al tavolo dell’accusa gli avvocati delle major. La battaglia è epica: deciderà non solo molto del futuro di Kazaa ma anche definirà la giurisprudenza in Australia sulla liceità della produzione di software di peering.

“Kazaa è un motore della pirateria ad un livello mai visto prima” – così ieri il procuratore delle major, Tony Bannon, ha aggredito il più conosciuto dei sistemi di condivisione, che l’industria dopo anni di tentativi è riuscita a trascinare in tribunale (più volte Sharman ha provveduto a cambiare giurisdizione per evitare il processo).

Secondo Bannon e i suoi clienti, vale a dire le divisioni locali di Sony BMG, Warner, Universal, EMI e molti altri, Kazaa ha 100 milioni di utenti che ogni mese condividono fino a 3 miliardi di canzoni non autorizzate . “Il loro software – ha affermato Bannon in tribunale – è stato adattato o studiato per i loro scopi e loro continuano ad aggiornarlo e sistemarlo con update che non rendono più difficili le violazioni, semmai anzi le facilitano. E loro (Sharman, ndr.) sarebbero perfettamente in grado di impedire le violazioni”.

Non contento, Bannon se l’è presa anche con l’inserimento di Skype in Kazaa , sostenendo che il VoIP in Kazaa si traduce in “un compenso per i ladri” . La nuova versione di Kazaa secondo le major dimostra che Sharman “dà la propria benedizione all’abuso del copyright da parte dei propri utenti ed anzi li compensa con un prodotto nuovo e migliore per continuare a rubare”.

Un’altra parte delle tesi accusatorie sono rivolte contro la società Sharman Networks che, a detta dell’accusa, sarebbe in realtà controllata dal CEO di Altnet, la società che come noto gestisce l’ adware incluso in Kazaa e in altri software.

Secondo le major gli attuali vertici di Sharman si arrogano cariche che in realtà non hanno perché tutto sarebbe nelle mani di Altnet. Un’accusa che vuole gettare ombre su Sharman ma che è peraltro resa più semplice dal fatto che proprio il management dell’azienda ha sempre reso difficile identificare con chiarezza chi sono i veri padroni di Sharman e dunque di Kazaa. “Hanno dichiarato alla stampa – ha accusato Bannon – che ci sono investitori privati dietro Sharman. Ma agli interrogatori disposti dal tribunale hanno risposto che in verità non ci sono investitori e che tentavano solo di dare all’azienda un’immagine di concretezza”.

Ma ecco la replica di Sharman-Kazaa.


Le dichiarazioni in tribunale che il legale di Sharman, Tony Meagher, ha pronunciato nelle scorse ore inducono a ritenere che la chiave della difesa di Kazaa sarà la cosiddetta tesi Betamax .

Pur trovandosi in Australia, Meagher ha infatti ricordato il giudizio della Corte Suprema degli Stati Uniti che nel 1984 decretò l’innocenza di Sony , che produceva i videoregistratori Betamax, per un uso eventualmente abusivo degli stessi da parte degli utenti. Il fatto che molti fossero gli usi legali dell’apparecchio determinò la convinzione che il costruttore non poteva essere ritenuto responsabili per eventuali usi illegali.

L’uso di questa strategia difensiva è tutt’altro che peregrino. Proprio negli Stati Uniti, infatti, nei mesi scorsi la tesi Betamax ha consentito ai produttori dei software di condivisione Morpheus e Grokster di vincere in primo e in secondo grado . Due sentenze che hanno frustrato le major , che volevano la condanna delle aziende, e che le hanno indotte proprio nei giorni scorsi ad appellarsi alla Corte Suprema , che potrebbe però anche decidere di non occuparsi del caso.

“E’ assodato – ha dichiarato Meagher – che Kazaa abbia una serie di destinazioni d’uso legali”.

Non solo, secondo Meagher i promotori di Kazaa non hanno mai inteso agevolare l’abuso del loro software e in realtà nulla possono fare per fermare le violazioni , ossia gli scambi tra utenti di file illegali. “Non siamo nella posizione – ha dichiarato l’avvocato della difesa – di controllare l’uso, e non lo controlliamo”.

Meagher ha anche sottolineato che i Terms of Use di Kazaa esplicitamente ricordano all’utente che è vietato usare Kazaa per scopi illegali come la distribuzione di materiali protetti da copyright.

Il processo durerà comunque ancora diverse settimane e di certo non si avranno sentenze prima della fine dell’anno. Il Tribunale dovrà stabilire se Sharman e i suoi dirigenti siano colpevoli. Se saranno riconosciuti colpevoli, una seconda sentenza dovrà determinare l’ammontare dei danni e delle compensazioni a favore dell’accusa.

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30 11 2004
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