Kuratas, il mecha giapponese è realtà

Un'industria nipponica promette a facoltosi acquirenti di "realizzare il sogno" di guidare un robot a quattro ruote e armato di tutto punto. Il progetto è "artistico", ma i robot sono in vendita
Un'industria nipponica promette a facoltosi acquirenti di "realizzare il sogno" di guidare un robot a quattro ruote e armato di tutto punto. Il progetto è "artistico", ma i robot sono in vendita

Si chiama Kuratas, è alto quasi quattro metri ed è il primo esoscheletro metallico che ha un posto da pilota al suo interno. Il primo “mecha” funzionante arriva ovviamente dal Giappone, e per la precisione dalle officine di Suidobashi Heavy Industry che già accetta ordini della macchina – traffico web permettendo – offrendo un certo numero di personalizzazioni e optional.

Nato dal lavoro di ingegneria e saldatura di Kogoro Kurata, Kuratas pesa qualche tonnellata (circa quattro) e sembra uscito da una serie di anime appartenenti all’universo Gundam : il mecha è dotato di 30 giunture e torso rotabile poggiato su quattro ruote spinte in avanti (a circa 10 chilometri orari) da un motore diesel, e può essere controllato dall’interno tramite apposito doppio joystick o dall’esterno via rete 3G con interfaccia applicativa su cellulare.

Non mancano ovviamente le “armi” (mitragliatore Gatling) che però sparano pellet o fuochi artificiali, così come una mano robotica in grado di afferrare cose e (volendo) persone. Il prezzo di questo giocattolo è circa 1,3 milioni di dollari con colorazione personalizzata e optional esclusi (scudo, lanciamissili acquatico e altro ancora).

Alla Suidobashi ci tengono a specificare che Kuratas è prima di tutto un “progetto artistico” che non può certo andarsene in giro per le strade cittadine e sparare a destra e a manca, nondimeno si tratta di un modo – avendo le dovute risorse finanziare a propria disposizione – per “realizzare il sogno di divenire un pilota di robot”. Per le interfacce neurali del Progetto EVA e il Lambda Driver di serie sull’ARX-7 Arbalest occorrerà attendere ancora un po’.

Alfonso Maruccia

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31 07 2012
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