La chat conduce all'amore?

Lo sostiene uno psicologo britannico che ha investigato su quello che succede nelle celebri stanze di discussione online. Tra novità e ovvietà
Lo sostiene uno psicologo britannico che ha investigato su quello che succede nelle celebri stanze di discussione online. Tra novità e ovvietà


Londra – Chi non ha mai chattato fino a tarda notte su internet? Sono davvero in tanti ad averlo fatto e in tanti quelli che lo fanno spesso, se non tutti i giorni. Un comportamento che è stato spesso criticato, persino messo sotto accusa addirittura per possibili conseguenze sulla salute mentale. Un comportamento che, secondo un psicologo britannico, viene invece spesso premiato dall’apertura di importanti relazioni sentimentali tra gli utenti.

“Le chat room – afferma Jeffrey Gavin , professore dell’Università di Bath – non conducono a relazioni impersonali e tristi, invece portano a rapporti molto stretti perché le persone si esprimono più liberamente e su internet sono più aperte e oneste”.

La possibilità di esprimersi superando la mediazione della fisicità e nel quasi anonimato, dunque, spingerebbe gli individui a raccontarsi di più e dunque a gettare le basi di importanti relazioni personali. Ed è per questo, secondo Gavin, il motivo per cui tante persone che chattano a lungo quando si trovano faccia a faccia scelgono di stringere rapporti intensi, comprese relazioni amorose.

Va detto che il campione di fan della chat sfruttato da Gavin non è molto ampio e riguarda solo 42 persone tra i 19 e i 26 anni.

“Online – insiste Gavin – gli uomini possono essere più onesti ed aperti sul piano emozionale mentre le donne possono riferirsi più esplicitamente alla sessualità”.

E sarebbero tutto sommato pochi, secondo Gavin, i casi in cui chi chatta mente sul proprio aspetto, perlopiù “menzognette” su particolari minimali. “Gli uomini – sostiene Gavin – tendono a definirsi biondi con gli occhi azzurri mentre le donne aggiungono un po’ di capelli biondi o aumentano la propria altezza”.

Gavin ha presentato i risultati del suo studio alla conferenza annuale dell’Associazione degli psicologi britannici.

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18 03 2002
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