La Rete unisce o rischia di dividere?

La Rete unisce o rischia di dividere?

Più della metà degli americani è ancora off-line, l'80 per cento del pianeta pure, ma il commercio non conosce barriere. 21esimo secolo: più uniti o più divisi? La povertà digitale
Più della metà degli americani è ancora off-line, l'80 per cento del pianeta pure, ma il commercio non conosce barriere. 21esimo secolo: più uniti o più divisi? La povertà digitale


Web (internet) – Gli Stati Uniti d’America, paese che ha dato i natali ad Internet e nazione più ricca del mondo, si sono accorti che oltre la metà della propria popolazione è ancora off-line: orrore! In America essere disconnessi significa automaticamente finire fra i cittadini di serie “b”; per intenderci quelli che, nella mentalità americana, non contribuiscono allo sviluppo economico del paese.

In America le nuove tecnologie non vengono considerate degli status symbol ma delle opportunità. Opportunità di benessere, di lavoro, di studio o di profitto: cose concrete che, in qualche modo, devono dare origine a scambi di denaro. Per questa ragione quella massa di “not connected people” comincia a preoccupare: rappresenta un potenziale bacino di utenti che ancora non possono, o non vogliono, usufruire dei servizi on-line.

Naturalmente qualcosa si sta muovendo e le prime a partire sono state proprio le grandi net company come Yahoo, Kmart, AOL e Wal-Mart. L’obiettivo è quello di offrire accessi gratuiti o fortemente scontati ad Internet a tutti coloro che abitano in zone rurali od in piccoli centri dove non vi sono ISP.

Ma anche il governo americano ha cominciato ad interessarsi al problema e tramite la National Telecommunications Information ha già in cantiere iniziative per agevolare i cittadini che ancora non possono contare su connessioni affidabili. Una di queste si chiama Universal Service Program, partirà il prossimo anno e costituirà un fondo per assicurare una maggiore capillarità degli accessi alla grande Rete anche nelle zone più lontane dalle grandi città.

Ma resta sempre una buona fetta di popolazione che non può permettersi Internet, non ha la cultura necessaria o, più semplicemente, non ne ha bisogno. E qui, ahimè, troviamo una grossa disparità fra gruppi razziali: gli ispanici ed i neri sono le comunità meno alfabetizzate e più povere, i cui bambini frequentano scuole dove il computer, se c’è, è ormai obsoleto e sprovvisto di qualsiasi forma di connessione.

C’è poi chi, e lo ammette senza problemi, non ha per nulla bisogno di Internet. Sono soprattutto gli agricoltori, gli allevatori e, in genere, tutte quelle categorie di lavoratori che operano lontano dai grossi nuclei urbani, in regioni dove i corrieri espresso non si sognano nemmeno di arrivare.


Naturalmente il “digital divide” è un problema che si pone in termini globali, al di là quindi dei singoli confini nazionali.

Purtroppo la disparità di accesso fra ceti sociali, fra popolazioni ricche e povere del pianeta, non ha soluzioni che possano trascendere la natura più profonda delle disuguaglianze sociali con cui da decenni le più grandi democrazie al mondo si scontrano.

Non è regalando l’accesso ad Internet o il telefonino che si risolvono i problemi di tanta parte della popolazione mondiale. Non è esponendoli con violenza alla nostra cultura e al nostro ostentato benessere che li aiutiamo a superare, senza traumi, quel passaggio che persino l’Italia, pochi decenni fa, ha dovuto compiere.

Insomma, siamo proprio sicuri che basti Internet, la Coca Cola, il telefonino e il McDonald’s per fare di un paese una nazione “civile” e sviluppata? Oppure questa non è altro che una nuova forma di colonizzazione selvaggia e puramente speculativa?

L’unica speranza è che la Rete non si limiti ad “occidentalizzare” il resto del pianeta ma porti all’espansione, piuttosto che alla distruzione, delle culture locali, arricchendole vicendevolmente e creando una sorta di cultura “globale”. E se Internet è davvero sinonimo di democrazia, come noi tutti vorremmo che fosse, potremmo vederne i frutti già a partire dal prossimo decennio.

Alessandro Del Rosso

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Pubblicato il
24 dic 1999
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