L'Alce di Xbox non ha le corna

di Gilberto Mondi. C'è qualcosa di paradossale nelle pubblicità con cui Microsoft sta cercando di promuovere la sua console. A cominciare dallo sfruttamento dell'ambiente naturale, così estraneo al mondo videoludico


Roma – Non l’avevo ancora vista e confesso che appena l’ho guardata mi è subito sembrata offensiva: l’immagine di un bell’alce nel bosco con due manubri rossi che le tappano da una parte e dall’altra le altrimenti belle corna. E’ una delle tante pubblicità di Xbox, la console videoludica di Microsoft, che si vedono di questi tempi sulle riviste di mezzo mondo.

La trovo offensiva non solo verso l’animale ma anche verso l’intelligenza. Quanti clienti o potenziali acquirenti di Xbox hanno mai visto dal vivo un alce? Quanti hanno frequentato boschi abitati da alci? Quante aree del mondo ancora possono permettersi di ospitare animali come gli alci? Non vorrei certo sembrare un moralista, ma quando si infilano due manopolone rosse alle estremità di corna rare e sconosciute viene voglia di mettersi le mani nei capelli piuttosto che su un joypad.

Ma Microsoft nella sua campagna di spot sembra proprio aver voluto attingere a piene mani dall’ambiente naturale, perfetta antitesi del mondo elettronico e virtuale che propone ai propri clienti. Chi non ha mai visto lo spot tv chiamato “mosquito”? E’ quello di una zanzara che racconta l’evoluzione della propria specie, da creatura posata e persino dedita alla musica, in armonia con gli animali e il mondo, ad insetto orrendo succhiatore di sangue cacciato e odiato dagli umani.
Condito da immagini piuttosto forti di zanzare dedite all’alimentazione sulla pelle degli uomini, lo spot si chiude spiegando che “invece” gli umani hanno un’attitudine naturale al gioco. Un’attitudine da non dimenticare, soprattutto se elettronica e a forma di ics.

Ma il gusto per l’orrido fin qui dimostrato da molta parte della campagna Xbox ha probabilmente il suo apice nell’ormai celebre spot televisivo della partoriente che – con un urlo che lascia attoniti – letteralmente “spara” il proprio bambino dall’utero alla tomba. Questi infatti, dopo un lungo viaggio in aria durante il quale rapidamente invecchia, atterra all’interno di un cimitero su una tomba lucida e nera, in tema con il prodotto pubblicizzato. L’idea di quello spot è il filo che li lega tutti: “gioca di più e non ti dimenticare di giocare”, play more, appunto. Tutto il resto, la vita e persino la morte, passa in secondo piano.

Sarò di un’altra generazione ma che un memento mori mi arrivi da una console è un pensiero che mi fa rabbrividire.

Gilberto Mondi

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