L'arte di reti e relazioni, la net art e la condivisione

Dalle BBS a YouTube. Le Accademie insegnano net art e proiettano gli studenti nella cooperazione online su scala globale. Punto Informatico ne parla con uno dei massimi esperti italiani, docente e autore: Tommaso Tozzi

Roma – Fare arte in rete e costruire delle reti a mezzo dell’arte: quello della net art è un panorama fluido, è azione, è cooperazione. Le istituzioni stanno iniziando a interessarsi all’arte delle reti. L’ Accademia di Belle Arti di Carrara propone corsi e strumenti di cooperazione come Wikiartpedia che si riversano online per fare rete. Punto Informatico ha intessuto uno scambio epistolare con Tommaso Tozzi , docente dell’Accademia e hacker, netartista nonché testimone diretto di molto di quello che è andato crescendo in questi anni sulla rete italiana.

PI: La net art è arte nelle reti: qual è il ruolo di Internet e del web nel modo di creare arte? Come è cambiata la tua opera con la progressiva accessibilità della connettività Internet?
Tommaso Tozzi: Internet e il web sono state due bellissime invenzioni che hanno permesso di sviluppare e potenziare le forme della cooperazione e l’arte che si basa su tali presupposti. Io ho iniziato ad usare le reti telematiche con le BBS che solo parzialmente usavano internet e potevano anche farne a meno. Le prime opere d’arte telematica che proponevo dalla fine degli anni Ottanta facevano uso di tali sistemi. Nel 1989 feci una mostra personale alla galleria d’arte Studio Oggetto di Milano in cui permettevo al pubblico di usare liberamente e gratuitamente il sistema Videotel, un sistema di messaggeria telematica allora a pagamento.

Le BBS all’inizio degli anni Novanta a Firenze erano frequentate da circa 300 persone e qualche migliaio in tutta Italia. Le messaggerie del Videotel non superavano di molto quei numeri qui in Italia, mentre avevano avuto un grande successo all’inizio degli anni Ottanta in Francia in quanto il Presidente francese aveva fatto regalare a tutti i cittadini un Minitel al posto dell’elenco del telefono e perché attraverso di essi si scambiavano messaggi privati, principalmente a carattere erotico.

Se si esclude dunque la comunicazione “rosa” francese, il fare uso delle reti telematiche per fini artistici (nel senso largo con cui si intende tale termine) e sociali è stato fino alla metà degli anni Novanta un fenomeno di nicchia, che poco riflette quell’attitudine “universale” insita nelle utopie artistiche, sebbene le idee e i modelli proposti fossero simili a quelli successivi.

L’uso di internet dalla fine degli anni Ottanta permise alle BBS di far transitare le proprie comunicazioni in modo più esteso, mentre l’avvento del web ha permesso da circa il 1994 la nascita di una enorme e complessa varietà di nuove espressioni artistiche in rete che non si limitavano ad essere partecipate da una nicchia di addetti ai lavori, ma a cui collaborava un’enorme quantità di utenti fino ad arrivare ai numeri che oggi conosciamo. Per me e per il gruppo Strano network con cui allora agivo è stata un’affascinante possibilità di far conoscere il nostro lavoro e le nostre idee a un pubblico vastissimo di persone che ha partecipato, con noi, ai nostri progetti artistici.

PI: La net art, oltre ad essere arte fatta in rete, è l’arte di fare rete, di intessere relazioni. Quali elementi di continuità ci sono con il passato?
TT: Da sempre le persone hanno costruito sistemi di cooperazione sociale che hanno garantito maggiori risorse evolutive agli individui. Oltre ai filosofi, antropologi, sociologi, ecc. che nel passato hanno teorizzato queste realtà, il giornalista Franco Carlini, tra gli altri, ha saputo qui in Italia negli anni Novanta e Duemila abbinare queste idee ai movimenti della telematica di base e alle relative culture digitali.

La net art, come ambito che copre non semplicemente ciò che è fatto in rete, ma anche l’arte delle connessioni, del costruire relazioni, non proviene solamente dalle pratiche situazioniste e fluxus degli anni Cinquanta e Sessanta, non solo dal lavoro degli scienziati e studenti dei grandi Centri di ricerca universitaria come il MIT negli anni Sessanta e Settanta, non solo dall’area dell’attivismo che in quel periodo ha invocato e sperimentato modelli alternativi comunitari di socialità e di espressione, ma proviene anche da ogni istanza teorica e pratica che nella storia dell’umanità ha partecipato a sviluppare un’idea di cooperazione, partecipazione e solidarietà in alternativa e talvolta in antagonismo diretto con modelli individualisti, basati su forme di controllo totalitarista, come il modello liberista attuale (a tale riguardo, Tommaso Tozzi, Comunità virtuali-Opposizioni reali , in “Flash Art”, aprile-maggio 1992, n. 167, Milano, e Tommaso Tozzi. L’arte di fare network, intervista di R. Pinto a Tommaso Tozzi, in Flash Art, febbraio 1994, n. 181, Milano).

Se la rivoluzione industriale e la nascita della società dell’informazione si è sviluppata su un’economia che metteva al centro la difesa della proprietà individuale (e con essa la nascita del concetto di copyright nel Settecento), il pensiero moderno metteva al centro dell’universo un uomo che non voleva dominare sugli altri, ma un soggetto che voleva interconnettersi con gli altri. Le utopie del rinascimento erano utopie che rivendicando l’autonomia del soggetto ipotizzavano mondi di fratellanza e comunione. Così come le grandi religioni hanno da sempre indirizzato il loro sguardo verso un’ottica di unione olistica dell’uomo con l’universo.
La net art prosegue dunque un’attitudine millenarista in ogni atto che contraddice, si ribella alle forme del dominio progettando, costruendo e praticando modelli alternativi di tipo collettivo ed egualitari.

PI: L’arte delle reti non solo scaturisce dalla vita in un contesto, ma crea relazioni con questo contesto…
TT: Ho scritto un testo nel passato in cui ho cercato di riformulare il concetto di “interattività” in quello di coevoluzione mutuale (Tommaso Tozzi, Cotropia: lifeware e coevoluzione mutuale – tracce per la riformulazione del concetto di arte interattiva , in “La Stanza Rossa”, n.25, luglio-settembre 1997, Bologna). Tim Berners Lee, meglio di me, nel suo testo L’architettura del nuovo web del 1999 ha distinto tra “interattività” e “intercreatività” per definire una reciprocità attiva, anziché passiva. Dieter Daniels nei suoi testi spiega la distinzione tra il senso che il termine “interazione” ha negli anni Sessanta, costruzione di relazioni, rispetto al senso del termine “interattività” negli anni Ottanta che veniva spesso interpretato come interazione uomo-macchina. Ho provato a porre la questione all’artista fluxus fiorentino Giuseppe Chiari e lui mi ha fatto capire che il termine che meglio di tutti indica il fare artistico degli anni Sessanta è “interdisciplinareità”. In un’ottica di interdisciplinareità i vari settori, e i soggetti che agiscono in tali settori, coevolvono tra loro verso l’obiettivo del bene comune.

PI: Si parla di net art, di arte delle reti, di hacker art: esistono delle differenze?
TT: Arte delle reti è semplicemente la traduzione italiana di net art. Poi si può avere modi differenti di intendere ognuno dei due termini, ma non credo convenga fissarsi sul senso di un termine. Io nel passato ho attribuito ai termini “hacker art” quel senso che ora cerco di imporre all’etichetta “net art”. Non credo che ora serva una discussione su un termine unico, per imporlo sugli altri. Peirce diceva che i segni sono “qualcosa che sta per qualcos’altro”, e appoggiandosi ognuno all’altro per costruire il proprio significato formano processi di semiosi illimitata per cui non si può isolare l’uno dall’altro in modo netto. Penso sia necessario dunque lavorare con uno sguardo a 360 gradi sia verso il presente che verso il passato e il futuro, non riducendo il proprio agire all’interno di un unico schema.

PI: Strumenti come la Rete abilitano relazioni e offrono spazi per alimentare la creatività. Inscatolati nella Rete ci sono altri strumenti: YouTube, i blog, non sono che degli esempi. In quanto strumenti animati da cooperazione e creatività, si possono considerare arte essi stessi?
TT: L’arte la si ritrova in ogni forma della vita che partecipa a questa attitudine e dunque anche nella creazione di strumenti di partecipazione, che, in quanto tali, possono considerarsi parte dell’opera d’arte. Che poi questi strumenti, come in generale le reti telematiche, siano utilizzati in modo positivo è un altro problema. L’uomo è dotato di un bellissimo strumento che è l’intelletto, ma non per questo il suo intelletto viene usato sempre in modo positivo… sta a tutti noi costruire un mondo migliore.

PI: Come si attribuisce la paternità di un’opera di net art se parte integrante dell’opera sono le relazioni che si creano fra la persone che partecipano?
TT: Perché dobbiamo porci il problema di assegnare a qualcuno la paternità di un’opera? Il problema della paternità, e quello della relativa licenza, è spesso un problema del mercato dell’arte. È dunque un problema minore e solo una piccola parte del problema artistico. La retribuzione del lavoro svolto da una persona io credo che dovrebbe avvenire sulla base del tempo impegnato per la sua produzione, anziché sulla base delle logiche perverse del valore e del plus-valore nell’economia capitalista. Meglio ancora sarebbe un mondo in cui le persone donano e ricevono in base all’amore reciproco che intrattengono con gli altri, ma questo è ancora più difficile da raggiungere.

Riconoscere a qualcuno la paternità di qualcosa può però essere utile nella trasmissione dei saperi per capire a cosa si fa riferimento quando si utilizza un termine. Ad esempio il termine “libertà” per come lo usa Berlusconi è ben diverso da come lo uso io e dunque è bene indicare chi ha fatto o detto qualcosa quando se ne da una descrizione.

Ma il problema posto è che le opere di net art (per come le vogliamo intendere, oltre per ciò che sono) vengono realizzate spesso in modo collettivo. È alla collettività che dunque va riconosciuta la paternità. Ma a questo si aggiunge il problema già esposto della semiosi illimitata e di come ciò che ognuno fa è frutto in massima parte del fare degli altri che lo hanno preceduto. Wikiartpedia ha sfruttato il sistema di Wikipedia che si basa sui sistemi Wiki che si basano sull’invenzione dei database, che si basano sugli studi dei primi informatici, che si basano sugli studi teorici di certi matematici, che si basano su… e dunque di chi è la paternità? Lo stesso senso del termine “libertà”, quando Berlusconi lo usa lo fa su una base personale che risente dei modelli economici teorizzati da altri che lui ha adottato e sfruttato. Idem per il modo in cui io assegno un diverso senso allo stesso termine.
Cambiamo il mondo e il problema della paternità diventerà un falso problema.

PI: Internet è uno strumento eccezionale per dare fiato alla libertà di espressione. Le cronache dimostrano però fin troppo spesso che in rete la libertà di espressione non si può dispiegare appieno…
TT: Il problema non è internet, ma le forme totalitarie di controllo sociale. Queste sono esistite da sempre e con le tecnologie più svariate.
Internet oggi, a mio avviso, apre più di ciò che chiude.

PI: Ti sei mai scontrato concretamente con ciò che stavi combattendo o denunciando? Ti sei imbattuto, personalmente o con le sue opere, in casi di censura?
TT: Io fui censurato dalla Regione Toscana quando nel 2000 proposi come opera d’arte a una loro mostra per l’anniversario dell’editto del Granduca contro la pena di morte un netstrike contro il sito del governo americano per protestare del fatto che il Texas era ed è uno degli stati nel mondo che effettua il maggior numero di esecuzioni capitali. Il risultato fu che nella mostra la mia opera non fu realizzata, ma il netstrike avvenne lo stesso in internet con la partecipazione di moltissimi utenti ed organizzazioni da tutto il mondo. PI: Wikiartpedia è un’enciclopedia libera incentrata sull’arte delle reti, un progetto nato in seno dell’Accademia di Belle Arti di Carrara: quale l’obiettivo di Wikiartpedia rispetto agli studenti?
TT: Wikiartpedia vuole essere un’enciclopedia libera sull’arte delle reti e le culture digitali. È il primo strumento di UCAN , il Centro di Ricerca e Documentazione sull’Arte delle Reti e le Culture Digitali. Tale centro vuole promuovere il settore non solo attraverso Wikiartpedia, ma anche attraverso l’organizzazione di conferenze, mostre e pubblicazioni.

Wikiartpedia è parte di un progetto didattico rivolto a valorizzare il modello dell’open content come strumento educativo e formativo nel processo di apprendimento. Attraverso di esso i risultati delle creazioni on-line della Scuola di Nuove Tecnologie dell’Arte sono interconnessi con la Rete diventando allo stesso tempo la tavolozza con cui i successivi studenti potranno non solo apprendere, ma anche creare nuovi saperi.

PI: Come si conciliano il coordinamento ddi UCAN e l’autogestione del progetto Wikiartpedia?
TT: Il Comitato Scientifico di Wikiartpedia visiona le voci in esso contenute per verificarne la veridicità ed evitare gli atti di vandalismo. In quanto strumento didattico, lo sviluppo delle voci da parte dello studente è un processo di ricerca assistita tra studente e docente in cui entrambi i soggetti crescono e si arricchiscono reciprocamente.

PI: Wikiartpedia non è a solo appannaggio degli studenti…
TT: Si va quindi creando nel tempo una cultura che, sebbene interconnessa con la cultura globale della Rete, assume una sua fisionomia e carattere locale specifico alla comunità della Scuola. Una cultura in parte insita nei rapporti e nelle relazioni reali, in parte distribuita sia nelle relazioni che negli archivi virtuali.

La comunità locale del Dipartimento restituisce quindi e partecipa alla comunità globale rendendo disponibili in modo gratuito e senza vincolo alcuno i risultati delle sue creazioni attraverso la Rete. Ne è dimostrazione il fatto che la maggioranza delle voci di Wikiartpedia sono già presenti ai primi posti nelle risposte alle ricerche ad esse inerenti sulle pagine italiane di Google. È inoltre in corso di sviluppo un progetto di realizzazione da parte di uno studente di un sistema per wikificare in automatico le voci più autorevoli dell’enciclopedia in modo che siano leggibili su Wikipedia e quindi per trasferirle su tale altro sistema.

PI: Wikiartpedia è “stampabile”: che senso ha mettere su carta un prodotto della collaborazione in fieri? La carta blocca o estende la cooperazione?
TT: Su Wikiartpedia, alla voce Pubblicazioni UCAN è possibile vedere l’elenco delle prime pubblicazioni di UCAN e scaricarsi gratuitamente il libretto Arte delle reti / Net Art – Elementi per un atlante: liste e linee temporali . La scrittura su carta è un diverso linguaggio che ha i suoi pro e i suoi contro. Duplicare la presenza di alcune delle informazioni contenute su Wikiartpedia anche su carta potrebbe avere lo scopo di aiutare la divulgazione di tali contenuti.

PI: L’Accademia propone dei corsi di formazione per netartisti: come si articola l’offerta formativa?
TT: La Scuola di Nuove Tecnologie dell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Carrara comprende il corso di laurea triennale di primo livello in Arti Multimediali , nato nel 1999, il corso di laurea specialistico biennale di secondo livello in Net Art e Culture Digitali , proposto al Ministero fin dal 2003, ma partito ufficialmente solo da due anni, e il Centro di Ricerca e Documentazione sull’Arte delle Reti e le Culture Digitali. Gli studenti iscritti alla Scuola di Nuove Tecnologie dell’Arte sono attualmente circa 150 e pagano una retta annuale di circa 500 euro al Triennio e circa 900 euro al Biennio.

PI: Fare net art significa dotare gli studenti di strumenti per produrre opere multimediali e per operare in rete: che strutture offre l’Accademia?
TT: La nuova sede ha 11 aule multimediali attrezzate per la didattica laboratoriale e per la ricerca teorica, attrezzate con computer Macintosh di ultima generazione, PC con Windows, Linux, software proprietari e software libero per indicare le possibili alternative nella creazione di prodotti multimediali.

Alcune aule sono rivolte allo studio dell’editing video, audio, alla creazione di prodotti per il web e di installazioni multimediali e di realtà artificiale; altre aule sono dedicate alla programmazione e allo sviluppo di database e sistemi di gestione dei contenuti.

Nella Scuola è stata attrezzata una Sala di Regia collegata a una Sala di Ripresa, che funge da set televisivo per la produzione di audiovisivi che vengono in seguito riportati sulla Telestreet e sulla web TV della Scuola il cui nome è VTTV ( Virtual Town TeleVision ). Le aule sono tutte attrezzate con videoproiettori e i computer sono collegati in rete sia fissa che WiFi. Gli studenti possono disporre in aula del proprio portatile collegandolo alla rete fissa o al WiFi.

Gli studenti hanno a disposizione per lo studio e l’incontro uno Spazio polivalente all’interno del quale possono confrontare le proprie esperienze arricchendosi reciprocamente, leggere i libri di una biblioteca specializzata nelle arti multimediali. Tale Spazio Polivalente viene anche utilizzato per l’organizzazione di eventi, conferenze o installazioni multimediali organizzate dal Centro UCAN e per la presentazione al pubblico dei lavori degli studenti. Una parte della didattica sta sperimentando delle forme di didattica on-line con piattaforme e-learning come Lynxs, Moodle, Typo 3 e Second Life.

PI: Come conciliare corsi di formazione tecnici sviluppando nel contempo la sensibilità personale degli studenti? Come avviene la commistione tra corsi sui linguaggi di programmazione e corsi sulla storia della arte?
TT: Il concetto di interdisciplinarietà e quello di cooperazione guidano lo sviluppo della didattica nella Scuola favorendo l’unione di ambiti tra loro apparentemente distinti. Nella Scuola non si insegna solo il sapere o solo il fare, ma un saper fare che nasce all’interno di uno scambio comunitario, fornendo attraverso di esso i presupposti, le esperienze e le competenze necessarie per sviluppare in futuro tale modello nell’ambito di nuovi progetti ed esperienze.

PI: La net art può diventare una professione? Che sbocchi professionali esistono per un ragazzo che termini i corsi e si proietti in un mondo del lavoro che è popolato da persone che spesso operano online su base volontaria?
TT: La Scuola di Nuove Tecnologie dell’Arte ha l’obiettivo di formare un artista capace di proporre soluzioni innovative e originali nel settore delle arti multimediali digitali e di gestire il processo di sviluppo di un progetto nei diversi settori artistici e professionali. Sono affrontati i diversi momenti di ricerca dall’area della storia dell’arte contemporanea, a quella dei linguaggi multimediali, delle discipline della comunicazione, delle analisi dei processi comunicativi, della progettazione multimediale, delle culture digitali, dei sistemi interattivi e delle tecniche e dei linguaggi audiovisivi.

La Scuola di Nuove Tecnologie dell’Arte si propone inoltre di contribuire a formare delle figure professionali competenti e specializzate nel partecipare alla progettazione e creazione di comunità virtuali orientate a favorire lo scambio e la trasmissione della conoscenza e dei saperi universali negli ambiti più disparati, apportando a tali progetti una sensibilità e creatività che non viene prevista in altri ambiti disciplinari.

L’artista oggi non è più un semplice produttore di metafore. La sua non è una mera funzione simbolica all’interno della società. È viceversa un partecipatore attivo che interviene “direttamente” nei processi produttivi e sociali che lo circondano. È questa sensibilità al lavoro cooperativo, al saper intuire ed interagire con i processi sociali ed antropologici, oltre che tecnologici, mantenendo ben saldo di fronte a se il faro dei valori etici orientati al bene comune, anziché al profitto individuale, è questa la sensibilità e la priorità che la Scuola deve saper trasmettere ai propri studenti. Le parole chiave della Scuola sono termini come relazione, cooperazione, interdisciplinareità, interazione, intercreatività, oppure comunicazione. PI: Si è parlato degli obiettivi dell’Accademia di Carrara. Uno studente può aspirare a fare net art rimanendo in Italia?
TT: Secondo me in Italia abbiamo una delle scene più attive della net art internazionale. Questo non viene riconosciuto dalle istituzioni artistiche internazionali a mio avviso per tre motivi. Il primo è che ogni paese sostiene e finanzia le proprie produzioni locali prima delle altre. Le istituzioni artistiche di alcuni stati sono sul contemporaneo molto più forti di quelle italiane e dunque riescono ad imporre i propri eroi sulla scena internazionale con più forza di quello che riesce a fare l’Italia.

Il secondo è che la net art italiana è nata e si è sviluppata in un clima e con attitudini molto più radicali di quelle di altri paesi. Questo ha creato una difficoltà a far coesistere i due ambiti, quello artistico e quello underground/attivista. I net artisti italiani hanno trovato più riconoscimenti nei centri sociali che nei luoghi istituzionali forse anche a causa della radicalità e fluidità con cui veniva intesa un’opera di net art e nel modo con cui queste opere si opponevano alle logiche mercantili ed esulavano dalle forme tradizionali ed oggettuali del fare artistico.

Il terzo è che l’Italia ha capolavori artistici del passato nelle cantine, nei magazzini; camminando per strada inciampi in un’opera d’arte del passato, immergendoti nelle acque del sud ti imbatti in resti di navi e dell’archeologia e dei capolavori del passato. Abbiamo un enorme patrimonio apparente e nascosto di opere d’arte del passato. Questo produce ricchezza attraverso il turismo e richiede sforzi economici enormi per la loro tutela e conservazione. È abbastanza naturale dunque che i governi prediligano investire sull’arte del passato rispetto a quella contemporanea. Forse, quando si renderanno conto che le innovazioni dell’arte contemporanea producono ricchezza, benessere e felicità per i propri cittadini, forse allora cambieranno le politiche governative.
Nel frattempo sono comunque tollerate queste forme artistiche anche in Italia.

PI: Nelle scorse settimane a Carrara sono state allestite una mostra di arte telematica e l’esposizione Tags in Town: esistono istituzioni italiane che abbiano attrezzato spazi per far conoscere questa forma d’arte?
TT: Non solo all’Accademia di Belle Arti di Carrara, ma anche in altre accademie come quelle di Milano, Venezia, Macerata, Frosinone, Urbino, Bologna, Firenze in cui sono partiti dei corsi di laurea con un indirizzo collegato alle arti multimediali.

Abbiamo anche creato un coordinamento tra tali istituzioni, sebbene stenti ad essere propositivo. Sono anime molto diverse tra loro, chi più rivolta agli incroci tra multimedialità ed aspetti performativi, chi tra design e multimedialità, chi tra pittura e linguaggi della tradizione e multimedialità. L’Accademia di Belle Arti di Carrara si caratterizza per un Triennio in Arti Multimediali e un Biennio, unico nel suo genere, in Net Art e Culture Digitali. Altre istituzioni del territorio italiano fanno un ottimo lavoro nell’ambito della didattica rivolta alle nuove tecnologie e all’arte, come ad esempio la NABA di Milano e l’ISIA di Firenze. Con queste due, l’Accademia di Carrara e di Milano stanno provando a far partire un protocollo d’intesa insieme alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia per promuovere il settore dell’arte collegato a quello delle culture digitali. Non cito le Università che si occupano di comunicazione e culture digitali, come ad esempio il Corso di Laurea in Teorie della Comunicazione di Firenze a Scienze della Formazione, in quanto in Italia abbiamo una grande tradizione in questo settore e gli esempi non finirebbero mai.

PI: Manifestazioni…?
TT: Altre istituzioni, specifiche all’ambito artistico svolgono da anni un ottimo lavoro nel territorio, come lo Share Festival di Torino, il PEAM festival di Pescara, la rivista Neural di Bari, il cui sito è forse in Italia il principale punto di riferimento sulla net art e la rivista Noema .

Ma sono moltissimi altri i centri culturali, le associazioni, i gruppi, i siti come Exibart ed altre riviste on-line, le mailing list, tra cui ad esempio AHA sull’European Counter Network, che svolgono qui in Italia un costante lavoro di divulgazione ed informazione sul settore. Sono così tante che facendo quest’elenco sto sicuramente facendo un torto a molti che non ho citato. A queste realtà se ne affiancano altre che già dall’inizio degli anni Novanta introducevano le culture digitali in Italia.

Penso a gruppi come Decoder , Avana , ad Ars Lab , MGM…
Penso che sarebbe importante riuscire a creare una forma di network tra queste realtà sparse nel territorio italiano.

a cura di Gaia Bottà

La tua email sarà utilizzata per comunicarti se qualcuno risponde al tuo commento e non sarà pubblicato. Dichiari di avere preso visione e di accettare quanto previsto dalla informativa privacy

Chiudi i commenti