Lasciapassare A38/ La PA e gli automatismi dell'inefficienza

di D. Giorio - Nei giorni scorsi la Camera ha approvato l'istituzione di una commissione di inchiesta sul livello di digitalizzazione e innovazione delle PA e sulle spese in materia. Un'operazione apprezzabile e molto complessa

Roma – Una mia collega deve inviare via mail una copia dell’F24 per l’IMU ad un cittadino che lo ha smarrito: apre il pdf dal programma, lo stampa e lo passa allo scanner per ottenere un nuovo pdf, così da poterlo allegare. Ed è pure orgogliosa di avere usato mezzi moderni come la mail, in luogo del fax o della busta con francobollo! Così come è orgogliosa di aver subito buttato la stampa nel contenitore per il riciclo, dimostrando tutta la sua sensibilità ambientale.
Alla neonata commissione d’inchiesta della Camera per stabilire il livello di digitalizzazione e della spesa ICT della Pubblica Amministrazione suggerirei di partire da episodi come questo. Non per criticare impiegati scrupolosi che, in buona fede, hanno pensato di rendere un buon servizio all’ufficio ed al cittadino, ma a cui nessuno ha spiegato che col pdf aperto basta andare su “file” e scegliere “invia a…” per trovarselo direttamente allegato alla mail. Vero è che nessuno lo ha mai spiegato neppure a me e l’ho scoperto da solo, ma neppure possiamo deridere persone che hanno imparato ad usare la macchina da scrivere meccanica ad inizio carriera, hanno faticato ad accettare la macchina elettrica, e sono stati sconvolti dalla rivoluzione informatica, che nessuno ha mai insegnato loro a gestire. Bisogna però assolutamente conoscere queste vicende per capire quali sono le difficoltà reali degli uffici, per dare atto che la Pubblica Amministrazione invecchia e non è facile fare innovazione, per capire che non è possibile trasformare in una app quelle procedure messe in piedi nell’800 e rimodernate nell’immediato dopoguerra, e che occorre ripensare radicalmente l’approccio, per non automatizzare l’inefficienza.

Se poi non si può fare lo sforzo di andare nei piccoli Comuni, che si devono arrangiare con risorse sempre più limitate, basta aprire il sito del Ministero dell’Interno per constatare che neppure lì hanno capito che una firma olografa su una circolare passata allo scanner (nemmeno troppo bene) non vale nulla, per cui si ostinano a non pubblicare in forma testuale – non parliamo di open data – e a produrre dei pdf-immagine per far risaltare la firma del funzionario, dimostrando un attaccamento alla carta che nessun decreto sembra riuscire a scalfire. E finché si tratta di una circolare descrittiva di tre pagine pazienza, ma quando si trasmettono le formule dello stato civile, che devono essere inserite negli atti, vi immaginate quanto sforzo e quanti errori per ricopiarle in tutta Italia, quando sarebbe bastato un semplice copia-incolla?

L’ISTAT sta concludendo proprio in questi giorni un’ indagine per conoscere il livello di informatizzazione e di comunicazione nelle Pubbliche amministrazioni. Potrà essere un buon punto di partenza, certamente più aggiornato rispetto a quello studio del 2009, che dopo sette anni di evoluzione informatica potrà essere un po’ stantio, ma a chi serve sapere se ogni impiegato ha a disposizione un computer oppure se deve dividerselo con altri sei, quando non si ha idea di come lo si usi?

Ed ecco impiegati che usano la vecchia calcolatrice col rotolo di carta per compilare i campi di un foglio Excel (suite FOSS, queste sconosciute!), ragionieri che stampano tutte le fatture elettroniche e le bollette che arrivano e subito cancellano diligentemente i file – tanto non servono – e vanno a riempire i faldoni con i legacci, tecnici comunali che ora sono obbligati a ricevere i documenti in forma telematica, ma poi chiedono la copia di cortesia stampata. Peraltro questi ultimi sono i dipendenti che capisco di più, perché oggettivamente non è facile radunare dieci persone di una commissione edilizia e metterle intorno ad un monitor, per quanto grande, a dissertare di un piano urbanistico: un grande foglio srotolato sul tavolo può ancora avere un suo perché, almeno fino a quando non potremo dotarci di un tablet di due metri.

Non parliamo poi dei tanti siti ufficiali ai quali gli Enti Locali devono far riferimento, dall’ISTAT all’Osservatorio dei Lavori Pubblici, dall’ANAC al SOSE: accedervi è un terno al lotto, pardon al browser! Per ragioni che ignoro, uno funziona solo con Firefox, l’altro non accetta Firefox ma vuole IE o Chrome, l’altro solamente Chrome.

Ma ci sono anche casi di innovazione funzionante: una visita di accertamento dell’invalidità si può chiedere da casa in via telematica, l’appuntamento viene proposto via SMS e mail, e dal sito si può richiedere uno spostamento se il momento proposto non è accettabile. Quando ti siedi la Commissione medica si trova sul computer tutta la cartella, con i pareri del neurologo, del cardiologo, del fisiatra, e tutti i dati appartenenti alla stessa ASL. Un paio di settimane più tardi sul sito dell’INPS compaiono i verbali, che si possono scaricare senza doverli ritirare di persona. Almeno nella mia zona, perché molto è affidato alla buona volontà ed alle conoscenze informatiche dei singoli uffici, per cui si ha un’Italia digitale a macchia di leopardo, con eccellenze e miserie sparse per il territorio, non solo nel settore pubblico.

Intenzionalmente non ho finora toccato l’altro aspetto, ovvero quella della spesa, perché da un lato mancano tante, troppe risorse, dall’altro ci sarebbero grossi margini di risparmio con una gestione un po’ più accurata e centralizzata del software; magari ci ritorneremo con qualche riflessione ad hoc.

Non riconosco tutti i nomi dei firmatari che hanno chiesto ed ottenuto la Commissione, ma vedo diverse persone competenti, primo fra tutti l’On. Quintarelli, docente e pioniere dell’informatica italiana prestato alla politica, del quale non conosco e non mi interessa conoscere il colore di partito, ma di cui apprezzo la competenza informatica, la capacità di comunicare e l’impegno nell’ascoltare e nell’imparare. Dunque alla neonata Commissione non possiamo che augurare buon lavoro, un lavoro che si preannuncia difficile e pesante, perché non basterà dare gli input necessari al Parlamento per legiferare una modifica del Codice dell’Amministrazione Digitale, ma occorrerà entrare nella realtà degli uffici pubblici e privati, si dovranno visitare le case degli utenti, soprattutto di quelli che magari hanno due lauree ma nessuna familiarità col digitale, bisognerà disporre un adeguamento delle infrastrutture. E soprattutto bisognerà investire in formazione a tutti i livelli, perché diversamente sarebbe come costruire la nave più bella del mondo solo per trovarsi i passeggeri a cercare di farla navigare a colpi di pagaia.

Diego Giorio

La tua email sarà utilizzata per comunicarti se qualcuno risponde al tuo commento e non sarà pubblicato. Dichiari di avere preso visione e di accettare quanto previsto dalla informativa privacy

Chiudi i commenti