Lettere/Cara Peacelink, stavolta ti sbagli

Preoccuparsi della commercializzazione della rete è essenziale, come anche cercare spazi nuovi per il no-profit, ma Grauso ha compiuto un'operazione che ora ci permette di parlare a voce alta


Web (internet) – Cara Peacelink , questa volta ti sbagli. No, non è Nichi Grauso il problema per la rete italiana, tantomeno per il no-profit. Grazie all’azione di Grauso, che ha cortocircuitato le interconnessioni d’ottone del NIC italiano, tutti coloro che hanno mal sopportato la passività del NIC all’avanzare della internet commerciale possono ora, finalmente, parlare a voce alta.

Può piacerti o no, cara Peacelink, ma a Grauso si deve la querelle che in questi giorni divide i membri di Naming Authority e Registration Authority e, forse, la presa di coscienza che alcuni di loro proprio in questi giorni sembrano sul punto di realizzare. Non tutti, infatti, mettono dinanzi gli interessi “del business” anche se in pochi non ne sono direttamente coinvolti.

In un colpo solo, Grauso è riuscito a creare un loop nel quale si è tuffato a pié pari il NIC, che ha finito per rendere evidente la propria paralisi dopo mesi di preparazione, e persino uno come Stefano Passigli, “sottosegretario all’Innovazione”, convinto di essere l’unico Stefano Passigli d’Italia e di avere diritto al dominio “corrispondente”, con i comportamenti che ne seguono.

Questi due soggetti, NIC e Passigli, spero diano anche a te la vera dimensione del problema, a meno che le responsabilità dell’incredibile situazione dei domini non si vogliano addossare a chi il problema ha portato in superficie e non a chi ha determinato regole, in questo caso sui domini, fuori dalla realtà. In questi anni né tu Peacelink, né Alcei , né i contributi apparsi su Punto Informatico hanno potuto dare uno scossone a questo incartapecorito sistema. Grauso invece ce l’ha fatta e, quindi, onore alle armi.

Rimangono sul tappeto una serie di problemi.

Il primo è come sottrarre a questo NIC la gestione dei domini .it pur nella consapevolezza che presto i domini .it perderanno di importanza, al sorgere di quelli .eu o di quelli “tematici”, .news .museum .rec e via dicendo. Le strade sono quindi due: seguire da vicino le mosse del NIC nell’era della decadenza; perseguire la via legislativa, cercando di sottrarre per legge al NIC le sue attuali competenze. Ma, cara Peacelink, sai meglio di me quanto remote sono le possibilità che quest’ultima soluzione possa avverarsi. Ben venga dunque Grauso e la sua capacità di portare al pettine nodi che altrimenti vengono nascosti e sottaciuti.


Il secondo dei problemi che sollevi nel tuo appello, ricco di riflessioni e ricostruzioni utili a tutti, è ben più importante dei domini italiani, ed è quello del “no-profit in rete”, questione che io tenderei ad allargare ulteriormente, parlando della “rete no-profit”.

Quanto si va costitutendo è una internet commerciale e questo ci spaventa, spaventa tutti coloro che internet l’hanno vissuta da qualche anno a questa parte, quelli su cui nel ’96 Repubblica faceva dei simpatici specchietti psicologici, degli “anormali risucchiati dalla rete”. Ed è per questo timore che con tutta la forza di cui disponevamo ci siamo trovati su queste pagine a denunciare a suo tempo la questione di Metro Olografix e in tempi più recenti etoy.com e altre ancora.

Ora lo scenario è cambiato, e la presenza delle attività commerciali in rete è forse più prepotente di quanto avevano previsto coloro che da sempre temono l’avvento dell’e-business. E sulla rete va combattutto chi fa il prepotente (vedi appunto eToys.com) esattamente come “nel mondo fisico”.

Allo stesso modo, credo, va combattuta la battaglia per il rispetto del no-profit e per la rete no-profit, quella parte di internet, cioè, che è “tirata sù” a livello contenutistico e di attività da chi non cerca un profitto. Per questo chiedere “agevolazioni” per il no-profit in rete, o “tutele”, mi sembra una battaglia difensiva, di posizione, che non ha l’ambizione di offrire alle attività no-profit il rispetto che meritano ma soltanto quella di creare un argine, probabilmente temporaneo e sempre a rischio, contro le eruzioni di un e-comm percepito, e forse troppo, come “violento”.

Ma, attenzione, il rispetto non si conquista a suon di norme o di visibilità ritagliata menando le mani, si conquista con la propria attività, come è accaduto a Peacelink, ad ECN e a poche altre “realtà associative” italiane sulla rete. Se parliamo di attività in rete, non stiamo parlando di un medium unidirezionale, stiamo parlando di uno strumento di comunicazione in cui l’utente partecipa e sceglie i contenuti e le attività che sulla rete vuole svolgere. “Sceglie”, è questa la “parola magica”.

Se l’ecommerce funziona e attira il business in rete lo si deve al fatto che sono molti gli utenti internet che scelgono di utilizzare negozi virtuali per l’acquisto online di beni e servizi. Allo stesso modo scelgono di leggere una ezine piuttosto che un’altra, di partecipare alle attività di it.hobby.cucina piuttosto che a quelle di Peacelink. Sono i loro “gusti”, i loro “desideri”, a promuovere un negozio virtuale o le attività di un’associazione. E a premiare sono e saranno sempre più qualità e trasparenza, in una sorta di nuovo patto “cyber etico” tra utente e fornitore, i cui ruoli, da un sito all’altro, possono ribaltarsi.

Se è vero che in questo indirizzo la pubblicità gioca un ruolo fondamentale, è anche vero che l’epoca di chi stava in rete per la rete si è conclusa, e online arrivano tutti, con tutti i vantaggi e le novità che questo comporta. Tutti siamo bombardati da una pubblicità che potrebbe non sopravvivere al cambiamento, e per ora sta a noi scegliere tra questa, tra chi si promuove e chi non si promuove, tra un’attività commerciale e un’attività che non lo è.

Io trovo che tutto questo costituisca un meccanismo di rivoluzione democratica.

Un saluto affettuoso,
Paolo De Andreis

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