L'invisibile censura della rete

di Gilberto Mondi - Quanti sono i siti che spariscono? O quelli che sono sottoposti a inspiegati sequestri? O quelli che vengono chiusi da timorosi provider? Un caso americano dà da pensare anche su questa sponda dell'Atlantico
di Gilberto Mondi - Quanti sono i siti che spariscono? O quelli che sono sottoposti a inspiegati sequestri? O quelli che vengono chiusi da timorosi provider? Un caso americano dà da pensare anche su questa sponda dell'Atlantico


Roma – Una situazione paradossale. C’è uno sceriffo che ha fatto bloccare l’accesso a centinaia di siti perché, a suo dire, contengono pornografia infantile e non intende in alcun modo fornire la lista dei siti bloccati. E c’è un’associazione che vuole dimostrare come questi blocchi abbiano spesso preso di mira siti del tutto innocenti. Senza la lista, però, l’associazione non può dimostrare nulla.

Il set di questo scontro è la Pennsylvania, lo sceriffo è il procuratore generale dello stato Mike Fisher e l’associazione è il Center for democracy and technology (CDT), uno dei più importanti baluardi delle libertà digitali negli USA. Secondo Fisher, consegnare la lista dei siti all’associazione equivale a spacciare pedopornografia e dunque è vietato. Secondo l’associazione, invece, questo equivale a dire che l’attività di censura del procuratore non può essere esaminata e che, dunque, non v’è certezza del diritto.

Sganciandoci per un attimo dalle comprensibili e facili emotività legate alla drammatica questione degli abusi sui minori, il paradosso della situazione è nella rete e nella sua natura, capace di sfuggire a leggi e regolamenti che vorrebbero ingabbiarla. CDT ha infatti tutto il diritto di chiedere quella lista ed è assai probabile che ricorrerà per questo ad una denuncia formale contro il procuratore. Ma quest’ultimo ha anche tutto il diritto, vista la propria posizione, di impedire che siano diffusi al pubblico mezzi per delinquere, come per esempio una lista di link che costituiscono l’accesso ad un illecito, cioè ad immagini evidentemente raccapriccianti.

Un altro pezzo di verità è anche nel fatto che quelle centinaia di siti che Fisher sostiene di aver bloccato nell’ultimo anno non sono bloccati affatto. Quei siti che oggi gli utenti dei provider della Pennsylvania possono avere difficoltà ad aprire sono appoggiati su server che, con ogni probabilità, non si trovano in quello stato e forse neppure negli Stati Uniti e rimangono accessibili, per chi ne conosce gli indirizzi, dal resto del mondo.

Non dubito certo che Fisher abbia denunciato i gestori di quei siti alle autorità competenti dei paesi nei quali quei server si trovano o dei paesi nei quali risiedono i gestori stessi. Ma cosa potrebbe accadere se Fisher e i procuratori degli altri stati americani e, perché no?, le autorità esecutive di mezzo mondo decidessero che ci sono altri centinaia o migliaia di siti il cui accesso va impedito, e effettivamente venisse impedito, senza che ci sia bisogno di giustificare in pubblico il provvedimento? Basta agitare lo spettro del pedoporno per rivendicare una sufficiente autorità di censura e boicottaggio?

E qui si trova l’ultima parte delle verità di questo pericoloso gioco. Perché, quando si viene alla censura online, negli USA ma anche in Italia molto accade senza che gli utenti lo sappiano e molto altro accade senza che se ne conoscano i dettagli. Si pensi a siti sottoposti a sequestro , a quelli oscurati da provider che si sostituiscono alla magistratura, a quelli che semplicemente divengono irraggiungibili da un giorno all’altro. Ben venga dunque la battaglia di CDT, sperando che la vinca e porti un po’ di luce.

Gilberto Mondi

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06 04 2003
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