Il mea culpa di Zuckerberg, il mantra di Facebook

L'intervista di Mark Zuckerberg alla CNN tocca alcune spinose questioni legate all'attività e alle responsabilità del social network.

È ribadendo ancora una volta l’assunzione di responsabilità per quanto accaduto nel 2016 con le interferenze russe nella politica statunitense che Mark Zuckerberg apre la sua intervista di fronte alle telecamere della CNN. Il numero uno di Facebook ci mette nuovamente la faccia, toccando alcune delle spinose questioni sollevate la scorsa settimana da un articolo del New York Times.

Non ci sono dubbi che nel 2016 abbiamo “mancato” qualcosa di davvero importante.

Russiagate e trasparenza

Questo il mantra: riconoscere la gravità del problema, ammettere di non aver fatto abbastanza e ripetere all’infinito l’impegno ora profuso affinché una simile situazione non si ripeta. Il riferimento al Russiagate e a come il social network non abbia saputo farvi fronte solleva un altro legittimo quesito, a proposito della trasparenza. Il report del NYT afferma che Facebook sapeva, ma ha tenuto nascosto. Un nodo cruciale da sciogliere per attribuire le responsabilità di quanto accaduto, ma anche in questo caso la litania non cambia: non sapevamo, non ci siamo accorti, non abbiamo fatto abbastanza.

Avrei voluto riconoscere il problema in anticipo, prima del 2016.

A proposito della presunta volontà di non diffondere immediatamente informazioni sulle interferenze russe, Zuckerberg replica con un messaggio che si presta a interpretazioni differenti. Non si parla di tempistiche, ma in ogni caso della (giustificata) cautela con la quale il gruppo ha voluto trattare la questione, non rendendola di pubblico dominio prima di aver accertato la natura dell’operazione, emersa poi anche grazie ai report della stampa.

È un grande problema attribuire questo tipo di responsabilità a una nazione e prima che la nostra azienda possa affermarlo voglio accertarmi che tutto corrisponda al vero.

Hate speech e Donald Trump

Altro tema toccato nell’intervista è quello relativo all’hate speech e all’esigenza di applicare regole chiare affinché la pratica non possa trovare terreno fertile sulla piattaforma. Fanno eccezione le dichiarazioni di personaggi pubblici ed esponenti politici, in questo caso si cita direttamente Donald Trump, per via della necessità di garantire alla community il diritto di conoscere come si esprimono e cosa dicono i suoi rappresentanti, senza filtri né moderazione.

Definers e George Soros

Uno dei passaggi più caldi del report NYT è quello che dipinge l’attività di Definers Public Affairs, azienda ingaggiata da Facebook (ora il contratto è stato rescisso) e responsabile di alcune campagne che hanno puntato il dito nei confronti dei detrattori del social, talvolta associandoli a George Soros e al suo impegno in favore del movimento democratico. Su questo punto Zuckerberg è chiaro.

So che George Soros è stato il bersaglio di alcuni attacchi davvero orrendi. Penso sia terribile e di certo non voglio che qualcuno legato alla nostra azienda ne sia responsabile.

Zuckerberg: CEO e chairman

Sulla possibilità di lasciare il ruolo di chairman e continuare a operare all’interno del gruppo esclusivamente in qualità di CEO, il numero uno afferma che non rientra nei suoi programmi, almeno per il momento. Non si tocca nemmeno il COO, Sheryl Sandberg, altro volto rappresentativo del social che nei mesi scorsi ha risposto alle domande del Congresso USA proprio al posto di Re Mark.

Per me è stata una partner importante per dieci anni. Sono molto orgoglioso del lavoro che abbiamo svolto insieme e spero di poter collaborare con lei per altri decenni.

Dall’intervista emerge il profilo di un uomo al comando che si trova a dover gestire questioni e problemi ben diversi da quelli posti all’inizio della sua avventura. In un decennio o poco più Facebook ha subito una metamorfosi da rete sociale per rimanere in contatto con gli amici (usiamo questo termine perché di importanza fondamentale per la piattaforma) a colosso in grado di influenzare l’opinione pubblica e influenzare l’esito di un’elezione.

La creatura di Zuckerberg è cresciuta, forse troppo e troppo rapidamente, sfuggendo al suo stesso controllo. Forte di una community da oltre due miliardi di persone costituisce oggi uno strumento di comunicazione estremamente efficace se impiegato nel modo corretto, ma al tempo stesso ha il potenziale distruttivo di un elefante nella cristalleria del mondo online se quegli stessi strumenti e quelle stesse dinamiche vengono piegate alla volontà dei bad actor.

Fonte: CNN

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