La sentenza sui rimedi del giudice Amit Mehta ha scontentato entrambe le parti. Dopo Google anche il Dipartimento di Giustizia (DoJ) ha presentato appello, insieme a 13 Stati, nonostante avesse festeggiato la vittoria all’inizio di settembre 2025. Non è chiaro il motivo di questo apparente dietrofront.
Il DoJ insiste: Google deve vendere Chrome
Al termine del processo di primo grado, il giudice ha confermato il monopolio di Google nel mercato dei motori di ricerca. Il Dipartimento di Giustizia sperava quindi nell’approvazione di almeno un rimedio strutturale, ovvero la vendita di Chrome. Invece, a sorpresa, sono stati imposti rimedi secondari.
Il giudice ha stabilito che Google non può sottoscrivere accordi esclusivi per l’installazione di Search, Chrome, Google Assistant e Gemini. L’azienda di Mountain View deve inoltre condividere con terze parti alcuni dati del motore di ricerca. Google non vuole rispettare quest’ultimo obbligo, quindi ha impugnato la sentenza e chiesto la sospensione dei rimedi.
Il Dipartimento di Giustizia aveva accolto favorevolmente la decisione del giudice, ma ha deciso di presentare ugualmente appello. L’obiettivo è ottenere rimedi più efficaci, tra cui la vendita di Chrome e l’annullamento dei contratti con Apple, Samsung e Mozilla che prevedono Search e le app AI come opzioni predefinite (il giudice ha solo imposto il rinnovo annuale).
Non è chiaro quali potranno essere gli “appigli” del Dipartimento di Giustizia. Le probabilità di ribaltare la sentenza in appello non sono molto alte. Il caso dovrebbe essere esaminato dai giudici entro fine anno. La sentenza di secondo grado non arriverà prima del 2027. Quasi certamente lo scontro legale proseguirà fino alla Corte Suprema.