Naming Authority, golpe riuscito?

Il DDL Passigli si è impelagato prima nella crisi del governo D'Alema, poi nei meandri del Parlamento. Visto che la legge spazza-NA tardava, la Ra ha cambiato strategia. Cosa sta accadendo al NIC italiano? Ecco ciò che non si sa


Roma – Inizia con il numero di oggi una rubrica che informerà su quello che accade nei corridoi della Naming Authority e della Registration Authority, le autorità sui domini italiani.it. Per sapere quello che non c’è nei comunicati stampa.

La scalata alla NA.

Con la liberalizzazione della registrazione dei nomi a dominio avvenuta il 15 dicembre 1999 lo IAT del C.N.R., che prima sembrava vedere le sue funzioni di Registration Authority più che altro come una noiosa incombenza, a fronte dell’improvviso aumento dei nomi a dominio registrati (e conseguentemente delle entrate) ha repentinamente cambiato opinione, direttore e strategia.

La Naming Authority, l’ente normatore che ha la responsabilità di stabilire le norme in base alle quali si registrano i nomi a dominio, da utile scudo su cui cadevano le critiche e le responsabilità allorché si questionava sul modo in cui si registravano i domini in Italia è diventato improvvisamente un elemento scomodo, con la sua pretesa di continuare a controllare e regolamentare la registrazione dei domini da cui lo IAT ricava miliardi.

Il primo tentativo di affrancare la RA da questo scomodo controllo di chi, peraltro, ne garantisce i vasti introiti, è stato quello del famigerato disegno di legge Passigli. Dietro lo specchietto per le allodole costituito dalla pretesa di combattere il cybersquatting a suon di grida manzoniane, il disegno di legge elevava la RA ad amministrazione pubblica, le affidava potere regolamentare, le dava addirittura funzioni paragiurisidizionali per la risoluzione delle controversie fra i privati. E se qualcuno avesse avuto qualcosa da ridire, se la sarebbe vista davanti al TAR del Lazio, con i tempi della giustizia amministrativa italiana. In questo quadro ovviamente la NA, che pure rappresentava democraticamente l’utenza e le cui norme avevano validamente consentito lo sviluppo di internet in Italia, sarebbe stata spazzata via senza tanti complimenti.

Fortunatamente, il disegno di legge Passigli si è impelagato prima nella crisi del governo D’Alema, poi nei meandri del Parlamento. Visto che la legge spazza-NA tardava, la RA ha cambiato strategia.

Come cantavano i Queen, “if you cant’ beat them, join them”. Alla scorsa assemblea della Naming Authority la RA, che già conta nel comitato esecutivo di un membro di diritto (l’ormai mitico Daniele Vannozzi), ha presentato come candidato alla vicepresidenza della NA Stefano Trumpy, ex direttore dello IAT. Inoltre, per il Comitato Esecutivo è stata candidata Rita Rossi, che in passato aveva partecipato spesso (per alcuni troppo spesso) come “osservatrice” per la RA alle riunioni del CE. (E ‘ opportuno ricordare che all’assemblea del 1999 Cristina Ruggeri, che pure aveva dato un validissimo contributo alla creazione delle attuali norme, aveva correttamente ritenuto non ripresentarsi candidata al CE per evitare che, avendo nel frattempo iniziato a collaborare con Inet, ci fossero due rappresentanti dello stesso ente nel CE. Ma evidentemente una tale sensibilità non è propria della RA).
A completare le candidature di provenienza “pubblica” si è presentata infine Gabriella Paolini, già membro del Comitato esecutivo 1998-99, nel quale aveva raccolto il primato delle assenze alle riunioni di lavoro.


Il significato di tali candidature, presentate a sorpresa, non è stato immediatamente compreso dall’assemblea. I Maintainer e le new entry (in gran parte avvocati) non sono stati in grado di opporre altri validi candidati, e Trumpy, Rossi e Paolini sono stati eletti alle cariche per le quali si erano presentati. Trumpy è stato inoltre eletto nella task force che dovrebbe por mano a modifiche allo statuto della NA.

I vertici della NA usciti dall’assemblea del 25 ottobre vedono quindi un notevole avanzamento delle componenti di provenienza pubblica rispetto a quelle private. Mentre prima si aveva un presidente “pubblico” (Claudio Allocchio) controbilanciato da un Vicepresidente “privato” (Joy Marino), oggi abbiamo presidenza e vicepresidenza in mano a dipendenti statali.

Anche nel comitato esecutivo il peso della mano pubblica è notevolmente mutato. Al rappresentante istituzionale della RA (Daniele Vannozzi) si affiancano i rappresentanti eletti (Rita Rossi della RA e Gabriella Paolini del GARR). Anche nel comitato esecutivo, quindi, abbiamo 3 dipendenti statali, cui si affiancano i rappresentanti istituzionali del ministero delle telecomunicazioni e dell’industria che hanno un seggio di diritto nel CE. Dunque, una NA il cui sbilanciamento dei vertici a favore del pubblico (e della RA in particolare) non corrisponde alla effettiva composizione dell’assemblea.

La circostanza è passata abbastanza inosservata nella lista NA, impegnata come spesso accade in furiose discussioni sulle pagliuzze dell’occhio del vicino incurante della trave che si stava infilando nel proprio. Un po ‘ più di attenzione è stata prestata allorché il disegno di “accaparramento” è stato completato con l’elezione a sorpresa di Gabriella Paolini a direttore del CE.

Rompendo la tradizione che voleva eletto direttore il candidato del CE che avesse avuto più voti dall’assemblea, il CE ha nominato quest’anno direttore la meno votata dall’assemblea (ricordiamo che la Paolini ha ricevuto 68 voti contro i 107 di Pierfranco Bini).

Con ciò, tutti i vertici della NA (presidente, vicepresidente, direttore del CE) sono coperti da dipendenti pubblici. E presidente e vicepresidente sono quelli che tengono i contatti con le istituzioni sia nazionali che internazionali che si occupano dell’assetto di internet. Vuoi vedere che quando il parlamento partorirà un nuova legge in cui la rissosa ma democratica NA sarà buttata nel cestino saranno proprio loro ad occuparsi, nei nuovi enti statali, delle regole di naming?

The Observer

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