Naming Authority? Una morte annunciata

Un altro membro della NA ne ricostruisce la storia ed il senso, e parla di come la NA si sia scontrata con lo sviluppo commerciale della rete
Un altro membro della NA ne ricostruisce la storia ed il senso, e parla di come la NA si sia scontrata con lo sviluppo commerciale della rete


Roma – Ettore Panella annunciava due giorni fa su queste colonne l’imminente scioglimento della Naming Authority come la fine di un’epoca in cui la comunità Internet ha potuto partecipare ai processi decisionali della Rete. Se da un lato sono d’accordo con lui nel considerare questa organizzazione un particolare luogo di aggregazione e di confronto aperto, non condivido le sue letture sulle ragioni della crisi e sulla presunta identità di questa comunità Internet.

La Naming Authority è nel quadro odierno un’organizzazione rimastaci dall’inizio degli anni Novanta, tempo di gentlemen agreement ma di una Rete già indirizzata verso lo sviluppo commerciale, anni in cui Internet non era ancora radicata nella società e nell’economia e le istituzioni potevano ignorare quel mondo che non presentava troppi problemi.

Gli equilibri esterni cambiarono in poco tempo, e le dinamiche del mondo tecnico/accademico, raramente modificate dall’interno con intenti strategici, assunsero tutt’altra valenza: era lo scontro con il mondo “reale” e quotidiano. Oggi la notizia del milionesimo dominio.it è un evento mediatico, che sottende un obiettivo di visibilità, un peso economico e dunque un’ambizione politica dei soggetti che hanno in mano il vitale servizio del DNS italiano.

Appare chiaro che in questo contesto la mancata responsabilizzazione governativa, mascherata da invito all’autoregolamentazione, è la causa delle debolezze del sistema: anzitutto priva il DNS della qualifica di “servizio pubblico”, sottraendolo ad un processo politico e giuridico di stampo democratico, e preservando un assetto manageriale con impostazione privatistica (in altre parole, la destinazione dei ricavi miliardari è decisa arbitrariamente senza coinvolgimento della comunità o di istituzioni democratiche). In secondo luogo lascia le Regole di Naming scoperte dal punto di vista giuridico, consentendo alla legislazione di andare in una direzione autonoma e quindi esponendo gli utenti ai soprusi che abbiamo visto in questi anni.

A Panella quindi rispondo: non possiamo chiedere che le istituzioni restino fuori e nello stesso tempo lamentarci che i soggetti più forti (con più soldi, con più potere, dunque più a rischio) cerchino di imporre le proprie condizioni ad enti come la Naming Authority, che ad oggi non è altro che una mailing list ed un’associazione non registrata. Non basta una tavola rotonda, un luogo di aggregazione: serve ormai un impianto normativo che riconosca e tuteli una “società civile” fatta di soggetti di varia natura, mettendola in preciso rapporto con i processi decisionali.

Si lega a tutto ciò il problema della “comunità Internet”: di chi stiamo parlando? Ad oggi gli operatori di rete sono molti, ma quasi tutti agiscono con impostazione esclusivamente commerciale. Non sono interessati (e spesso neanche titolati) a dire la loro per cambiare le cose; chiedono procedure e normative certe, così come gli utenti chiedono le stesse garanzie che pretendono dallo Stato, nonostante le possibilità di confrontarsi non manchino (forum, blog, mailing list).

È in effetti un problema di scelte miopi che hanno reso la Naming Authority sempre più lontana dal mondo universitario, sempre meno responsabilizzata e incisiva, e che ormai hanno rafforzato un assetto in cui alcuni poteri forti non possono essere ridimensionati o modificati senza ricorrere all’intervento del diritto in un processo di integrazione di Internet nella configurazione democratica della nostra civiltà.

Alessandro Ranellucci
Membro della Naming Authority Italiana

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28 04 2005
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