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Breve viaggio nel mondo dei web bug, cresciuti del 488 per cento nell'ultimo anno. Un fenomeno non nuovo che ora diventa la norma della internet commerciale. Un fenomeno che si aggiunge alla questione spyware. Bisogna preoccuparsi?
Breve viaggio nel mondo dei web bug, cresciuti del 488 per cento nell'ultimo anno. Un fenomeno non nuovo che ora diventa la norma della internet commerciale. Un fenomeno che si aggiunge alla questione spyware. Bisogna preoccuparsi?


Web – Cosa c’è dentro i computer degli utenti? La domanda non ha una risposta scontata. Se da un lato per molti programmi commerciali non si ha l’esatta percezione di quello che si “infila” nell’elaboratore quando questi vengono installati, dall’altro vi sono moltissimi software che non dichiarano con chiarezza le proprie funzioni, che diventano così nascoste, “spyware”. Talvolta questi spyware sono pericolosi per la privacy. E oggi su web la questione si fa ancora più insidiosa, a causa dell’enorme crescita dei cosiddetti “web bug”, degli “spyware” attivi sulle pagine web.

A luglio, la società di ricerca Cyveillance sosteneva che le pagine web avevano raggiunto l’impressionante numero di due miliardi, troppe per essere indicizzate dai motori di ricerca. E pochi giorni fa la stessa azienda ha dichiarato che su queste pagine si assiste ad un aumento esponenziale dei web bug, e dunque ad un serio rischio-privacy per gli utenti internet.

Cosa sono i web bug? Si tratta di un insieme di strumenti che possono raccogliere informazioni sull’utente che visita certe pagine, senza che questi se ne renda conto. Come le piccole grafiche nascoste infilate nelle pagine capaci di raccogliere il numero IP del computer dell’utente, la tipologia di sistema operativo e browser utilizzato dall’utente e altro ancora. Ma “web bug” sono anche i cookies, i “biscottini” che possono rendere più semplice la profilazione dell’utente a fini commerciali, dunque la raccolta di dati sull’utente senza che questi ne sia pienamente consapevole.
Non tutti i cookies sono dannosi o pericolosi, ma ce ne sono alcuni, messi in campo dai siti più spregiudicati, che possono raccogliere molte, troppe informazioni.

Secondo Cyveillance, nell’ultimo anno il numero di web bug è aumentato del 488 per cento, un dato che è confermato non solo da altri osservatori di ricerca ma anche dall’esperienza diretta dei molti che utilizzano sistemini per “scovare” i bug o quantomeno essere avvertiti della loro presenza. Qualche tempo fa , passandoci sopra con un software chiamato AbSubstract, le pagine dei portali italiani Virgilio.it o Clarence.com si dimostravano prolifiche culle per cookies e affini.

Eppure non sono certo soltanto i portali commerciali ad alimentare, in Italia e all’estero, la crescita smisurata di questi “sistemilli”. La crescita dei web bug si deve infatti anche a molte pagine personali. E questo accade perché i siti personali, spesso ospitati da provider e servizi di hosting “gratuiti”, vengono gestiti con strumenti che piazzano i bug voluti da chi ospita quelle pagine, che divengono così fabbriche di informazioni a dispetto di ogni trasparenza. A quanto pare Yahoo Geocities e America Online sarebbero tra i maggiori utilizzatori di queste “tecniche”.

Si tratta di un fenomeno di massa. Tanto che gli esperti della celebre azienda di rilevazione americana sostengono che oggi ad un navigatore web può capitare di trovarsi su una pagina infestata da web bug con una frequenza superiore di cinque volte rispetto al 1998.


E’ una constatazione fatta sui grandi numeri. Utilizzando un campione di un milione di pagine raccolte dal 1998 al 2001, Cyveillance ha stabilito che i siti di otto delle cinquanta prime net-companies listate da Forbes presentavano web bug sulle proprie home page, “spesso ad un solo clic dalle dichiarazioni ufficiali sul rispetto della privacy degli utenti”. In particolare, il 16 per cento delle pagine delle imprese conterrebbe web bug, secondo Cyveillance, contro il 18 per cento di quelle personali. Sul 3,9 per cento di tutti i siti si troverebbero grafiche di un solo pixel capaci di raccogliere informazioni sugli utenti. Nel 1998 la stessa società di rilevazione aveva calcolato questa percentuale nello 0,7 per cento del totale.

Ci sono anche i web bug che lavorano in network. Se un utente acquista un bene su un sito, lasciando i propri dati personali, rischia di passare involontariamente tutti i suoi dati a molte altre aziende, se il sito dove compie un acquisto comprende web bug gestiti dalla stessa entità commerciale che gestisce quelli di altri siti. Una rete di siti può così trasformarsi in un formidabile centro di raccolta dati senza autorizzazione.

C’è da preoccuparsi? Di certo chi compie molte attività in rete rischia di offrire un profilo completo di sé ad entità commerciali senza molti scrupoli. Ma la storia di questi anni sembra indicare che non sempre ad un dato così imponente si accompagna una vera preoccupazione. In fondo, dicono in molti, la maggior parte dei web bug non possono associare le informazioni “catturate” al nome e cognome dell’utente. Non solo, come affermavano recentemente gli esperti di SecurityPortal , dediti da sempre alla sicurezza e alla privacy, molti web bug in realtà consentono di ottenere servizi, non solo di e-commerce, migliori e più efficienti.

Basta questo per stare tranquilli? Forse. Ma per esserlo ancora di più è bene non sottovalutare la presenza dei web bug. Ci vuole ben poco, d’altra parte, per sapere se sono o meno presenti su un sito. Basta utilizzare sistemi come il tool di BugNosis , pensato per rendere l’utente consapevole di cosa si trova sulle pagine visitate. Uno strumento che, come altri oggi disponibili, consentono anche a chi dispone di pagine personali, ospitate sui siti di “community”, di sapere se il proprio sito è, a propria insaputa, un raccoglitore di informazioni…

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02 09 2001
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