New economy: tra mitologia e dura realtà

di Stefano Tagliaferri. Un percorso per cercare di capire se dietro la nuova economia c'è soltanto profitti o, anche, una importante rivoluzione di pensiero


Nel mondo occidentale inizia ad affermarsi prepotentemente il mercato dell’Information Technology; il nostro paese, anche se in posizione arretrata rispetto alla media dei partner europei, offre un mercato in piena evoluzione o almeno questo è quanto gli analisti del settore dicono.

Dobbiamo chiederci obbligatoriamente se questo nuovo mercato è davvero ricco di opportunità: “new-economy” non deve essere “solo” profitto per le grandi multinazionali, ma deve essere principalmente una seria opportunità di sviluppo dell’occupazione con la possibilità di offrire un grado elevato di formazione professionale aperta a tutte le classi sociali.

Ripercorriamo ora questi ultimi quindici giorni di informazione, partendo dal rapporto 2000 pubblicato da EITO che afferma che il successo commerciale ottenuto da “net-economy” negli Stati Uniti può essere replicato anche nei paesi dell’Unione Europea.

Il rapporto esprime fiducia nelle potenzialità offerte dal nuovo mercato, ma suona anche un campanello d’allarme molto preoccupante: i consumatori hanno scarsa fiducia nel commercio elettronico, le piccole e le medie imprese ancora non conoscono le possibilità offerte dal web, i governi non sono comunque interessati alla promozione dell’Information Technology e soprattutto emerge il grandissimo deficit di professionalità qualificate per le nuove tecnologie informatiche.

Il tessuto vitale delle economie di stampo capitalistico, come quelle europee, è basato sullo sviluppo della piccola e della media impresa: il management di queste aziende oggi è impreparato ad affrontare questa rapida evoluzione imposta della rete internet.

La conferma di questa impreparazione è tutta nel rapporto Anfov : nel ’99 le imprese che hanno avuto accesso on-line sono cresciute del 488,7 per cento rispetto all’anno precedente, oggi le aziende che accedono alla rete internet sono 1,45 milioni e nel 2003 si prevede che le aziende con accesso alla rete internet saranno 2,2 milioni di cui “solo” 700mila utilizzeranno un accesso a pagamento.

Interpretare questo dato è molto importante: il cuore dell’imprenditoria ancora non conosce le opportunità comunicative e commerciali offerte dalla rete internet, non conosce la rapidità dei tempi internet (un anno di rete è pari a dieci anni di commercio tradizionale), oggi questo management ancora non investe risorse economiche nello sviluppo delle infrastrutture: sinora molto è stato affidato all’intraprendenza dell’impiegato che per oggettive esigenze lavorative si è trovato “costretto” a registrare un account privato presso un provider freenet.

Il servizio di rete maggiormente utilizzato dalle imprese, con un ottimo indice di crescita, è quello dell’hosting: nel 2003 i siti gestiti da terzi aumenteranno ancora e saranno circa 700mila le aziende che si affideranno a questo tipo di servizio; se da una parte ancora non si è compresa l’importanza di una uscita su internet dall’altra parte c’è chi ha capito l’opportunità offerta della rete creando una sorta di indotto commerciale.

Sino ad oggi, o meglio sino a “e-europe”, convegno nel quale la commissione UE ha lanciato una iniziativa a favore dell’innovazione tecnologica, i governi non hanno fatto molto per favorire questo tipo di sviluppo.


“e-europe” allontana il modello americano della nuova economia, la quale non risulta adattabile al “vecchio” continente pur avendo prodotto sviluppo economico e occupazione negli States. L’UE consiglia ai paesi membri di puntare sul primato raggiunto dalle comunicazioni mobili e cerca di orientare la formazione dei giovani verso la progettazione multimediale.

Il terreno è pronto ed i governi raccolgono l’assist della UE come se si fosse su un campo da calcio: nel nostro paese si ritorna a parlare di industrializzazione e sviluppo del Mezzogiorno, questa volta però il discorso deve essere inquadrato nella complessità della globalizzazione, si ritorna a parlare di politiche di investimento e l’approccio mentale verso la nuova opportunità offerta da “new-economy” sembra essere più serio.

Ecco come il politico si adegua, il sindacalista si converte e il manager abbraccia il nuovo modello economico: internet, sino allo scorso anno covo di persone poco raccomandabili, offre ora opportunità che sono divenute vitali all’economia e allo sviluppo di un paese come il nostro; solo ora iniziamo a leggere enfatizzazioni del fenomeno e ci rendiamo conto che oggi la classe dirigente si è finalmente convertita. Arrivano le prime idee di finanziamento governativo: per far partire la nuova economia occorre finanziare nuove attività in rete.

E ‘ una vecchia ricetta che riporta alla mente i tempi d’oro dei finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno; oggi possiamo dire che quella pioggia di denaro pubblico non ha certo portato occupazione e sviluppo nel Sud, ma potremmo anche sbagliare nel ricordare il passato della storia italiana del dopoguerra.

In questo disegno politico da sviluppo post-industriale si dimentica il fruitore delle risorse internet e la sua sfiducia generalizzata: gli attacchi cracker di questi ultimi mesi hanno messo in discussione le funzionalità e la sicurezza della rete internet, “new-economy” non può funzionare se non esistono tecnici preparati e motivati e il consumatore ha capito che nella rete internet non esistono sistemi operativi realmente sicuri.

Gli attacchi DoS (Denial of Service) hanno messo in ginocchio il fiore della nuova economia statunitense, i cracker tengono in scacco l’ FBI bloccando anche il loro sito web.

A questo punto come si può pensare che decollino i servizi telematici come quelli della Banca online, del trading online e il fisco telematico quando il 90% della rete internet si è sviluppata ed è gestita con approssimazione e pressappochismo?

Non si può pensare a nessuna forma di nuova economia senza investire sulle risorse umane: la rete internet odierna è fatta soprattutto da individui sottopagati al limite dello sfruttamento, questa nuova opportunità di sviluppo non deve portare a questi eccessi ed i governi si devono occupare di legiferare in modo che questi fenomeni non accadano. In questa situazione di precarietà la criminalità prospera assoldando i migliori tecnici del settore che purtroppo oggi sono disoccupati.

Gli investimenti dovranno essere ingenti e mirati e soprattutto non devono partire dai governi; le istituzioni devono garantire con la legislazione pari opportunità agli operatori del mercato nonché la formazione delle risorse umane tramite l’educazione scolastica.

Se le aziende credono veramente nello sviluppo delle tecnologie internet per migliorare la loro organizzazione e per offrire un prodotto valido al cliente che è un consumatore delle risorse di rete, devono avere il coraggio di investire nell’uomo e nella sua competenza, devono valutare le capacità dei tecnici sul campo.

La nuova figura dell’uomo che si occupa di Information Technology deve esser messa nella condizione di operare per accrescere le sue conoscenze: solo i tecnici preparati saranno in grado di forgiare nuove figure professionali che gestiranno il futuro dello sviluppo tecnologico di un paese.

Anche nell’era della “net-economy”, periodo nel quale ci vengono presentati i sistemi operativi di “nuova generazione” contrapponendo il piccolo uomo con la grandissima macchina, l’individuo è e rimarrà sempre la figura cardine della storia.

Stefano Tagliaferri

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