NGN, ma chi mai ci vuole investire su?

L'Autorità TLC rileva che nessun operatore sta davvero investendo nelle reti di nuova generazione. Al punto che si rischia una recessione. In arrivo un aumento del canone?

Roma – Non esiste un interesse concreto del mercato italiano per la realizzazione della NGN, Next Generation Network , ma solo parole. È quanto rileva Stefano Mannoni, commissario dell’ Autorità per le Garanzia nelle Comunicazioni in occasione del convegno Allargare la banda, allungare la coda organizzato a Capri da Between .

“In Italia c’è una pressione competitiva del mercato per la realizzazione delle NGN? La risposta è no” ha osservaro Mannoni. “Telecom Italia ha presentato un piano e alcuni operatori, su sollecitazioni delle istituzioni oppure perché stanno ricevendo i loro business plan, hanno ammesso di essere interessati. Ma questo è tutto”. Il rilievo è condiviso dal presidente dell’Authority, Corrado Calabrò: “Tutti gli operatori sono d’accordo sulla necessità delle NGN, ma per il momento nessuno le fa. Mentre gli operatori stanno alla finestra, le amministrazioni locali mostrano attenzione crescente alla banda larga, tanto da ergersi come protagoniste”.

Per questo motivo, il presidente ritiene necessario che i progetti condotti dagli enti locali seguano un opportuno coordinamento: “Francia, Belgio e Olanda stanno seguendo questa strada per non rischiare una situazione di caos”. Ma, secondo Calabrò, nel Belpaese si può trasformare un problema in un’opportunità: “Nelle aree a digital divide si potrebbe portare direttamente la fibra ottica invece di puntare all’Adsl. Il salto di qualità può venire dagli operatori e in primis dal principale operatore (Telecom Italia, ndr) che purtroppo però ha un cash flow non certo ricco e una situazione debitoria pesante”.

“Ad ogni modo è necessario investire: se lo sviluppo del settore regredisce, ciò porterà alla recessione di tutto l’ambito economico interessato dal settore” ha affermato Calabrò. E Alessandro Talotta, chief regulatory officer di Telecom Italia, ha dichiarato che l’incumbent intende impegnarsi quanto prima, delineando una roadmap sommaria degli interventi: “Le Ngn partiranno nelle principali aree metropolitane dove gli operatori alternativi detengono quote di mercato broadband superiori a quelle di Telecom Italia: 62% a Milano, 60% a Torino, 56% a Roma”.

“Telecom Italia, attraverso gli impegni, chiarirà ulteriormente la propria posizione in merito alla garanzia di accesso da parte di terzi ad eventuali asset preesistenti della rete legacy che costituiscano una enduring economic bottleneck per l’installazione delle nuove infrastrutture di accesso NGN” ha proseguito Talotta, esprimendo l’auspicio di un aumento del canone di unbundling , per cui la compagnia telefonica presenterà questa settimana formale richiesta all’Authority. “Ad un aumento del canone di unbundling non deve esserci un effetto di squeeze price ” ha risposto Stefano Mannoni, con il presupposto che – se venisse concesso tale aumento – l’incumbent finirebbe per adeguare anche il canone dei propri utenti.

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