P2P non autorizzato? Un quiz e passa la paura

L'industria si lamenta querula, il Missouri risponde pretendendo dai propri studenti la presa d'atto delle leggi sul copyright prima di andare in rete. L'industria, così, si lamenta di meno
L'industria si lamenta querula, il Missouri risponde pretendendo dai propri studenti la presa d'atto delle leggi sul copyright prima di andare in rete. L'industria, così, si lamenta di meno

In certe università statunitensi le pensano tutte pur di non dover finire nelle infami liste di prescrizione di RIAA nella sua perdurante guerra al file sharing dei contenuti sui network degli atenei. Alla University of Science and Technology , situata non lontano dalla regione montuosa degli Ozarks , Missouri, il contentino alle major prende la forma di un quiz a premi, dove il premio è il diritto alla connessione e le domande vertono su DMCA, leggi sul copyright e argomenti correlati.

Sei quesiti costituiscono l’ostacolo imprescindibile che gli studenti devono superare per avere garantite sei ore d’accesso ai software peer-to-peer installati sui computer. In pratica ogni domanda vale un’ora, ma il test va superato per intero pena l’impossibilità di fruire di P2P .

L’introduzione del quiz va vista come una conseguenza della crescente pressione dei discografici sugli istituti educativi, considerati una ideale prima linea nella lotta alla distribuzione digitale non autorizzata: se i futuri cittadini americani scaricano già all’università, questa l’idea forte propagandata dall’industria, a maggior ragione continueranno a farlo una volta divenuti parte attiva della società e a quel punto si potrà dire addio all’intero business musicale statunitense.

I risultati pratici del quiz sulle effettive abitudini di download degli studenti non sono ad oggi noti, ma il personale della UST assicura di aver sperimentato quantomeno una drastica riduzione delle pretese legali delle major : Tim Doty, membro dello staff che si occupa dei sistemi di sicurezza dell’istituto, sostiene di aver visto scendere le famose “letterine” di RIAA per l’infrazione di copyright dalle 200 dell’anno accademico 2006/07 alle 8 dell’anno in corso.

“Permettiamo ancora l’accesso al P2P” dice Doty, “ma in maniera controllata. Offriamo agli studenti le informazioni necessarie per prendere una decisione con cognizione di causa”. L’università ha insomma trovato un modo elegante e formalmente ineccepibile per lavarsi le mani della faccenda e rendere edotti i condivisori sul fatto che la responsabilità della condotta di rete è esclusivamente di loro pertinenza.

Per chi, una volta superato il test ed effettuato l’accesso ai software di sharing risultasse impenitente nell’opera di condivisione, le pene prevedono la perdita del diritto alla connessione, multe pecuniarie, obbligo di servizio civile a favore della comunità o addirittura la sospensione dai corsi di studio. Senza considerare, naturalmente, il pericolo di vedersi convocare da RIAA per l’ennesima denuncia.

A essere particolarmente compiaciuti degli sforzi della UST, naturalmente, sono gli uomini dell’industria: Jonathan Lamy, portavoce di RIAA, apprezza la volontà dell’università tesa nell’insegnare agli studenti i principi della legge sul copyright . “Quello che abbiamo scoperto – continua Lamy – è che la strada più efficace è un approccio completo che preveda una combinazione di strumenti: l’innovazione dei programmi educativi, modi legali per fruire dei contenuti musicali e tool tecnologici per prevenire un uso improprio dei network dei campus in prima istanza”.

Alfonso Maruccia

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05 06 2008
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