Pechino imbavaglia le minoranze etniche?

Il governo cinese oscura un noto portale online, frequentato da utenti d'etnia mongola. L'accusa è di separatismo
Il governo cinese oscura un noto portale online, frequentato da utenti d'etnia mongola. L'accusa è di separatismo


Pechino – Le nuove leggi liberticide che imbavagliano l’editoria online iniziano a mietere le prime vittime. Uno dei portali più frequentati dai cittadini d’etnia mongola è finito nel mirino delle autorità di Pechino per aver pubblicato informazioni controproducenti . I responsabili di Ehoron , già nel mirino della novella rivoluzione culturale, sono stati costretti a chiudere i battenti.

Le forze dell’ordine hanno ordinato l’ epurazione dei contenuti pubblicati dal sito. La bassa soglia di tolleranza delle moderne guardie rosse è stata oltrepassata da alcuni messaggi apparsi sui forum pubblici , accusati di fomentare idee “separatiste”. La pietra dello scandalo è un’iniziativa promossa dal portale, creato nel 2004 da un gruppo di studenti: una raccolta di firme per spingere Pechino a sdoganare la figura di Gengis Khan , mitico signore delle orde ed eroe dei popoli del Gobi.

I portavoce del Southern Mongolian Human Rights Information Center sostengono l’infondatezza delle accuse cinesi: l’associazione, messa al bando dal web cinese, è convinta che la mobilitazione telematica fosse una semplice protesta per abolire un programma televisivo, un cartone animato prodotto dalla televisione di stato, dove il simbolo dell’orgoglio mongolo veste i panni di un mostro malevolo.

Il destino ha voluto che l’episodio si verificasse in un periodo speciale, prossimo alla ricorrenza nazionale che festeggia in pompa magna l’istituzione della Mongolia Cinese , un’area che condivide col Tibet il traballante status di “regione autonoma”. Si tratta di una triste fatalità o di un ben preciso messaggio delle autorità cinesi?

Reporters Sans Frontieres lancia l’allarme: “Internet in Cina è ancora più inaccessibile per chiunque appartenga a minoranze etniche”, dichiara l’organizzazione di Parigi, “perché Mongoli, Tibetani e Uiguiri non possono assolutamente rischiare di esporsi pubblicamente su questioni legate alla politica interna”.

Li Hongkuan, direttore della testata indipendente Da Cankao , coglie l’occasione per rincarare la dose: “In Cina non esiste alcuna tutela dei diritti fondamentali dell’uomo”. Il giornalista, a poca distanza dalle durissime polemiche sollevate dal caso Yahoo! , ha rivolto un appello agli uomini d’affari : “Scendere a patti con la Repubblica Popolare Cinese implica una scelta morale, perché un’azienda solitamente dovrebbe avere a cuore gli individui – almeno in un paese democratico”.

Internet made in China , supercontrollata ed al tempo stesso irresistibile , sta attirando gran parte dei colossi dell’ industria digitale , che sperano di avere spazio nell’immenso mercato cinese.

Tommaso Lombardi

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04 10 2005
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