Pechino (Cina) – I costruttori di computer vogliono lavorare in Cina per il più basso costo del lavoro, i produttori di software stringono ricchi accordi commerciali e così tutte le principali multinazionali dell’IT. Eppure, Pechino e la Cina si stanno rivelando l’antitesi di tutto quello su cui fino ad oggi è prosperata la Silicon Valley americana e le sue repliche in numerosi paesi.
Il Congresso del Popolo cinese ha infatti approvato quanto deciso da un Comitato strategico ad hoc, ovvero una misura che estende ad Internet censure che finora erano “riservate” alla carta stampata e agli altri media.
In particolare sono divenute ora azioni criminose tutte le attività che promuovono su Internet l’indipendenza di Taiwan, l’abuso di account di posta elettronica, l’ingresso in sistemi informativi governativi o bancari, la creazione o la diffusione di virus informatici, la diffusione di false notizie finanziarie. Reato penale è l’uso di Internet per: incitare alla sovversione dello Stato o del sistema socialista; minare l’unità nazionale o tenere contatti con membri della setta di Falun Gong ed altre sette fuorilegge; creare siti pornografici e persino fornire link a tali siti.
Con il varo di queste normative si conclude una escalation che negli ultimi due anni ha portato al varo di un reticolo di leggi liberticide ai danni degli utenti cinesi, ormai schiacciati da una serie di divieti e prescrizioni.