Pedofilia web, gli ISP nel mirino

Ancora una volta le normative che intendono reprimere atti e misfatti compiuti in rete prendono in mezzo i provider, togliendo quindi libertà alla grande rete. Questa volta succede in Australia
Ancora una volta le normative che intendono reprimere atti e misfatti compiuti in rete prendono in mezzo i provider, togliendo quindi libertà alla grande rete. Questa volta succede in Australia


Sydney (Australia) – Una legge contro l’uso di internet come veicolo per la diffusione di materiale pedopornografico, contro l’adescamento di minori e il commercio di immagini tratte da abusi e violenze: questo il profilo di una normativa che, come succede in mezzo mondo, è al centro dell’ attenzione dei legislatori australiani. E, proprio come succede in molti altri paesi, Italia compresa, i fornitori di servizi internet sono messi in mezzo .

I provider, operatori che offrono gli strumenti per accedere ad internet e la connettività necessaria per fruirne secondo le proprie capacità di spesa, secondo gli emendamenti presentati alla nuova legge sui crimini telematici australiani devono rimuovere tutti i materiali sopra descritti qualora abbiano effettiva conoscenza della loro esistenza.

In effetti, al contrario di quanto accaduto con molte altre normative pensate per reprimere il crimine informatico , nella bozza legislativa si parla di irresponsabilità dei provider . Allo stesso tempo, però, si chiede al provider di rimuovere i contenuti a seguito della segnalazione della loro presenza. In altre parole si dispone che l’ISP sia giudice ed arbitro dei materiali che qualcuno, non necessariamente l’autorità giudiziaria, ha trovato in rete. Multe e sanzioni per i provider scattano ancora una volta qualora i materiali stessi non siano rimossi.

Quali sono le conseguenze? Quelle di sempre. Da un lato ci sono gli ISP tra incudine e martello, desiderosi di servire i propri clienti ed abbonati ma impossibilitati a farlo serenamente perché sono a rischio multe; dall’altro ci sono i gruppi di pressione che ritengono la responsabilizzazione dei provider l’unica via ad una internet sicura .

Proprio come in Italia, dove il recente dibattito sul decreto legge Urbani contro la pirateria cinematografica ha riportato la questione al centro , anche in Australia c’è chi tenta di aggiornare i legislatori. Nel paese dei canguri, infatti, ora i provider si devono trasformare in “sceriffi”, adottando misure censorie che non sono gestite dalla magistratura ma che sono dovute esclusivamente al timore di finire nei guai per non aver rimosso materiali discutibili.

Volendo entrare nel caso specifico, come fanno alcuni esponenti della divisione locale della Electronic Frontier Foundation , sebbene vi siano casi eclatanti di pornopedofilia su web vi sono molti più casi di immagini o video in cui il confine tra lecito ed illecito è labile e dove entra in gioco dunque la necessità di un’autorità giudiziaria che sappia valutare dove comincia l’illegalità e dove finisce la libertà di espressione.

“Siamo tornati – hanno dichiarato quelli della EFF – al 1997, quando il Governo voleva che i provider fossero penalmente responsabili, cioè che fossero terrorizzati”. Una situazione che, certo, non riguarda solo l’Australia.

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13 04 2004
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