Pedoporno? Colpa di Google

Un cittadino britannico ammette il possesso di materiale proibito. Ma accusa: non è colpa mia, quelle immagini sono troppo facili da trovare
Un cittadino britannico ammette il possesso di materiale proibito. Ma accusa: non è colpa mia, quelle immagini sono troppo facili da trovare

Teneva sul computer di casa e in un paio di dischi esterni oltre 16mila immagini di contenuto pedopornografico , oltre a molti altri video dello stesso tenore. Davanti ad una perquisizione della Polizia non ha potuto fare a meno di ammettere le sue colpe, ma William Dalgleish, 67enne di Lockerbie nel Regno Unito, condotto dinanzi al giudice ha tentato di giustificarsi: quelle foto, quei filmati, erano tutti in bella mostra su Internet. Prendere tutto è stato fin troppo facile .

“Il mio cliente ritiene che non avrebbe commesso questi reati se queste informazioni non fossero state così facilmente accessibili” spiega l’avvocato Susan Burns, che tenta una carta disperata per evitare al suo assistito la galera. L’accusato, infatti, non ha negato di provare un certo “interesse sessuale” per i bambini, ma di aver raccolto quel materiale unicamente attraverso l’iscrizione di un sito scovato con una semplice interrogazione di un motore di ricerca.

“Se aziende come Google non garantissero accesso a certi siti, il mio assistito non sarebbe caduto in certe tentazioni” rincara la dose. Il problema non sarebbe dunque che Dalgleish abbia cercato e scovato migliaia di foto e filmati che ritraggono bambini e adolescenti di età compresa tra gli 8 e i 14 anni, bensì che i più comuni strumenti del web gli abbiano permesso di individuarne una così ampia quantità e di avervi accesso senza problema alcuno.

Certo, davanti all’evidenza l’accusato non ha potuto negare le sue colpe. Che si sommeranno anche ad una precedente accusa di atti osceni cui era seguita una condanna nel 2001, e che lo aveva già fatto finire nel registro dei criminali sessuali. Proprio per evitare di ricadere in questo suo “problema con le giovani ragazze”, secondo l’avvocato Burns il suo assistito avrebbe tentato di minimizzare il contatto con il proprio oggetto del desiderio, finendo tuttavia per scaricare certe foto come surrogato .

Il problema è dunque Internet, con la possibilità offerta di accedere ad una mole pressoché infinita di qualsiasi materiale. E poi c’è Google e la schiera completa dei motori di ricerca, che questi materiali li indicizzano . E dire che proprio BigG, invece, si sta dando tanto da fare per combattere questo problema: in Brasile darà una mano alle forze dell’ordine per tenere sotto controllo il social network, altrove catalogando il materiale proibito per conto terzi.

Luca Annunziata

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18 05 2008
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