Philips sfida il P2P

L'azienda presenta i suoi primi sistemi di fingerprinting che saranno in grado - sostiene - di fermare a monte la condivisione non autorizzata di file. Una sfida aperta al file sharing


Roma – Ci prova Philips, la torta è troppo dolce per essere trascurata, e dopo qualche mese di analisi delle tecnologie di fingerprinting ha deciso di presentare alla stampa e ai suoi partner i primi risultati.

Parliamo di strumenti pensati per infilare nei file audio e in quelli video, compresi quindi la generalità dei file musicali introdotti sul mercato nonché i film, un dispositivo software in grado di “tracciare” ogni singolo pezzo, una stringa di dati univoca e univocamente riconoscibile . Questo significa non solo poter “controllare” gli spostamenti dei relativi file ma anche impedire che questi avvengano. La sfida aperta è dunque al peer-to-peer, laddove le piattaforme di sharing consentono a milioni di persone in tutto il Mondo tutti i giorni di scambiarsi liberamente enormi quantità di file, la maggior parte delle volte senza autorizzazione dei detentori del diritto d’autore.

In sé l’idea di associare un dispositivo di tracciamento ad un file multimediale è tutt’altro che nuova. Sotto la spinta delle denunce delle major ci provò anche il primo Napster, che voleva dimostrare di non essere in mano ai pirati, con il risultato però di rendere pressoché inutilizzabile il proprio network di sharing. Fu anche questo, e la sua successiva chiusura decisa dalla magistratura a spingere numerosi sviluppatori verso forme alternative di file sharing e verso le prime piattaforme di peer-to-peer capaci di muoversi indipendentemente dall’esistenza di server centralizzati, quelli stessi che Napster gestiva e che, una volta fermati, hanno portato alla sua fine.

“Per identificare i contenuti sulle reti peer-to-peer le nostre sono le tecnologie ideali – ha enfatizzato Ronald Maandonks, capoprogetto in Philips – Ora stiamo lavorando con un team di ingegneri per ottimizzarle “.

Identificare in modo univoco e sicuro i file distribuiti dalle società di produzione cinematografica o musicale porta con sé, evidentemente, la possibilità di adottare filtri ed altri sistemi, peraltro già esistenti, finalizzati a bloccare la loro distribuzione non autorizzata. Questo non significa porre fine al file sharing ma certo, se si riveleranno efficaci, sarà più facile per le major e i detentori dei diritti d’autore costringere i produttori dei software di condivisione ad adottare filtri ad hoc.

Poter creare un database delle fingerprint inserite nei file consentirebbe secondo Philips di individuare un determinato file anche se viene compresso o modificato via software da chi volesse tentare di far perdere le sue tracce. Un’affermazione importante a cui dovrà seguire una prova su strada di successo per essere ritenuta davvero credibile. Anche soltanto dar vita ad un database del genere, ovvero infilare le stringhe univoche nei materiali esistenti, è in sé un lavoro piuttosto imponente.

Anche gli ostacoli tecnici non mancano. A cominciare dal fatto che se in un brano musicale si può ipotizzare di inserire una stringa unica di identificazione, in un film, ovvero un file assai più voluminoso pensato per veicolare due ore o più di immagini può diventare assai difficile riuscire a “tracciare” ogni singola parte in cui il film stesso può essere spezzato… Sono problemi che Maandonks non si nasconde.

Ed è in questo senso decisamente ironico il fatto che la nuova società di Shawn Fenning, la Snocap , basi i propri strumenti di filtraggio dei contenuti non autorizzati proprio sulle tecnologie che va sviluppando Philips. Come si ricorderà, infatti, Fenning ha ideato il primo Napster e ha combattuto per due anni con i manager della sua azienda per resistere agli strali legali delle major.

D’altra parte non c’è soltanto Philips né solo Snocap ad inseguire la gallina dalle uova d’oro del fingerprinting . La torta come si diceva è assai gustosa perché chi per primo arriverà all’obiettivo troverà nei maggiori produttori di contenuti del Mondo dei sicuri ed interessati acquirenti. Società che sono senz’altro disponibili a spendere se questo significa rendere ai pirati la vita assai più dura.

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  • Anonimo scrive:
    e ci volevano gli scienziati
    Ma che sorpresa!
  • reflection scrive:
    Websense: meno sondaggi, piu' patch
    Websense veda di fare software piu' all'altezza invece di fare ste ricerchine da due soldi. Una soluzione squid+dansguardian o filtering simile e' 214141 volte piu' solida di Websense enterprise...
  • JackMauro scrive:
    Re: La verità letta tra le righe
    è vero!Un navigatore esperto usa INTERNET nella sua interezza, cercando tutto quello che trova GRATIS o economico, usa IRC, peer2peer, ftp e ogni altro protocollo disponibile, sul web naviga con un antibanner e un antipopup, sa distinguere una msgbox vera da un banner a forma di msgbox e soprattutto usa antivirus e antispyware e un firewall con antidialer...Un utente inesperto invece usa solo web e email... ed è pronto a cadere in qualsiasi tranello si trova davanti... che si tratti di dialer, spyware o dio solo sa quale altra schifezza...chissà come mai quando vedo la scritta "click here" mi viene da pensare ad una trappola...--Jackhttp://jack.logicalsystems.it/homepage
    • TPK scrive:
      Re: La verità letta tra le righe
      - Scritto da: JackMauro
      chissà come mai quando vedo la
      scritta "click here" mi viene da pensare ad
      una trappola...

      --
      Jack
      jack.logicalsystems.it/homepage click here :DMmm, click here....Ahhh, una trappola!Doh!
      • JackMauro scrive:
        Re: La verità letta tra le righe
        Fino alle 14.45 hanno cliccato sul link dal post con "click here" in 27... (o almeno in 27 con il campo referrer non oscurato).....ma allora funziona ;)PS: il click here l'ho messo apposta :P--Jackhttp://jack.logicalsystems.it/homepage
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