Polemica sulla chiusura di BrigateRosse.it

Il sito è stato sequestrato dalla Polizia Postale ma sono in molti, ADUC compresa, ad accusare la censura per uno spazio web che esiste da due anni e parla di storia
Il sito è stato sequestrato dalla Polizia Postale ma sono in molti, ADUC compresa, ad accusare la censura per uno spazio web che esiste da due anni e parla di storia


Roma – Perché chiudere BrigateRosse.it? Sono in molti a chiederselo. Su Usenet e in diversi forum la questione è divenuta di bollente attualità quando a ridosso della Pasqua, ad un link ormai “storico” per la biennale presenza in rete, è improvvisamente corrisposta una pagina di poche righe:

“Polizia di Stato
Sito non più raggiungibile
in quanto sottoposto a sequestro dalla
Polizia di Stato – Polizia Postale e delle Comunicazioni”

Al sequestro del sito.it e del suo “collega” brigaterosse.org è stato dedicato ampio spazio anche dalla stampa che ha sottolineato come quel web proponesse contenuti inneggianti alla lotta armata e al recente omicidio del professore Marco Biagi. Secondo molti, l’azione compiuta dalla Polizia Postale rappresenta una censura incomprensibile, visto che i “contenuti illegali” appartenevano ad alcuni messaggi apparsi sui forum del sito e non sullo spazio curato dalla redazione dello stesso.

Al malumore che serpeggia in alcune mailing list e su alcuni forum web, si è aggiunto in queste ore anche un preoccupato comunicato stampa di ADUC , l’Associazione dei consumatori e degli utenti.

L’ADUC, che più volte si è fatta sentire in tema di diritti degli utenti internet proprio a fronte di operazioni censorie, ha sottolineato come il sito “sulle” BR sia divenuto, sui molti media che si sono occupati della cosa, il sito “delle” BR. E ha evidenziato anche come si sia provveduto a chiudere un intero sito per quanto pubblicato da terzi su quel forum. Quanto scritto in quei messaggi deliranti è bastato per cancellare dalla rete un sito che da due anni forniva con onestà informazioni sulla storia delle BR e del loro impatto nel paese.

Si tratta evidentemente un reato d’opinione, una definizione con cui – dovendo operare una sintesi – la legge pone nel mirino quelle “opinioni” che non sono conformi all’ordinamento giuridico e istituzionale. “La maturità di un paese e dei suoi codici – sottolinea Vincenzo Donvito dell’ADUC – si manifesta proprio non esorcizzando con il divieto cio’ che potrebbe essere una minaccia a se stesso. La libertà d’opinione o c’è o non c’è. Se c’è è una forza e un rispetto per tutti gli amministrati, se non c’è è lo Stato che si sostituisce alla coscienza e conoscenza di ognuno, perchè si reputa suo nume tutelare e non ordinatore e controllore dell’esistente. Ci domandiamo se esistono dei legislatori che vogliano porre mano, anche cominciandone la discussione, al permanere dei reati d’opinione dei nostri codici”.

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01 04 2002
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