Portali, DDL: dove vogliamo andare domani?

Portali, DDL: dove vogliamo andare domani?

di Stefano Tagliaferri. Quante proposte, ma come mai negli ultimi sei anni nessun politico si è mai veramente interessato ai problemi degli utenti e degli operatori del settore?
di Stefano Tagliaferri. Quante proposte, ma come mai negli ultimi sei anni nessun politico si è mai veramente interessato ai problemi degli utenti e degli operatori del settore?


Web – La corsa ad ostacoli della rete italiana continua: siamo passati dalla caccia alle streghe del “tristemente” famoso Italian Crackdown alla contemporanea emanazione del DDL governativo che si propone di “regolamentare” quello che già è disciplinato da quando esiste internet.

Nel tempo di mezzo abbiamo subito il monopolio Sip/Telecom, la demonizzazione sistematica della rete attuata dai maggiori mezzi di informazione, per finire abbiamo sofferto per il “massacro” economico dei primi e gloriosi Internet Service Provider (ISP). Come mai in questi 6 anni di “agonia” nessun politico si è mai interessato ai problemi degli utenti e degli operatori del settore?

Oggi è tempo di investimenti, è il momento della “new-economy”, quindi, a maggior ragione, l’attimo è propizio all’eliminazione delle “vecchie” regole che governano la rete, carpe-diem. La famosissima “netiquette” e le normative internazionali devono andare in pensione?

Sono certo di apparire “antico” e “nostagico”: i nuovi utenti internet non sanno ancora cosa significa il termine “netiquette” ma, ne sono sicuro, lo scopriranno presto. Avranno bisogno di imparare la “netiquette” per accedere ai contenuti della vera rete: i gruppi di discussione, tecnicamente conosciuti come Usenet.

E ‘ tempo di free-internet, il momento del “gadget” è giunto, quale migliore occasione per piazzare nuovi personal computers con sistemi operativi sempre più “evoluti” e potenti (!) ? E ‘ tempo di imporre le tecniche di “marketing” anche sulla rete internet: ecco la “net-economy” che avanza.

Ho l’impressione che la componente base della rete a qualcuno non piaccia: internet è così anarchica e così ingovernabile da far paura. Internet è cultura, informazione ma da sempre è anche commercio elettronico e non solo dalla nuova era della “new-economy”. Pensate ad esempio l’impero della “e-sexeconomy”; nessuno lo dice ma una grande fetta del “net-commerce” passa per i siti a contenuto pornografico, nessuno sa che già nel lontano ’97 si effettuavano le transazioni on-line con carta di credito. All’epoca già si acquistavano libri, software e CD-Audio, ma gli utenti della rete erano “i demoni”, erano persone “perse” dietro alla folle corsa verso l’innovazione tecnologica, erano individui che venivano tacciati di pura pazzia e sbeffeggiati in continuazione proprio da quella classe dirigente che oggi si occupa, con tanto amore, del nostro futuro di cybernauti.

Perché allora eravamo “folli” ed oggi, invece, abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica cosa e come dobbiamo effettuare la nostra navigata su internet? Perché una legge nazionale deve “regimentare” una rete virtuale mondiale? Perché una organizzazione commerciale ha il diritto di registrare un numero illimitato di siti web e noi, signori nessuno, ne possiamo registrare uno e solo che uno?

I mass-media preparano i nuovi utenti al fenomeno del commercio elettronico come se si dovessero trovare di fronte alla loro unica possibilità di “salvezza”. Naturalmente gli dicono di stare attenti perché la rete è pericolosa, ci sono gli hackers, e per evitare questi “brutti” incontri si creano i “portali” dove ci si può sentire davvero al sicuro.

L’utente arriva sul pianeta internet e lentamente scopre di essere stato ingannato, c’è chi molla dopo pochi mesi e chi, al contrario, capisce che internet non ha “portoni” da scardinare ma solo autostrade della conoscenza e dell’informazione da consultare, così finisce per scoprire l’altra rete: quella dei “demoni”.

Ma i politici dove erano quando le linee dedicate costavano un occhio della testa ed i consumatori venivano divorati dalla TUT ora ribattezzata TAT? Ma i politici dove erano quando si raccoglievano le firme e si facevano petizioni per abolire la TUT? Internet ha già le sue regole!! Perché ora i politici vogliono imporre le loro?

Purtroppo questo DDL sembra essere stato pensato per “punire” l’intraprendenza di un imprenditore “scomodo” e per soddisfare le richieste delle eminenze che soffiano dietro al vento della “net-economy”. Purtroppo questo DDL non è stato fatto per recuperare il terreno perduto e per favorire l’evoluzione tecnologica. Chi plaude a questo DDL?

Se davvero volete una legge che “disciplini” la rete si deve pensare seriamente a creare una nuova rete, la “portale-net”, che avrà i suoi utenti: del resto come già esiste la pay-tv e la tv-libera non vedo perchè non debba esistere una rete a pagamento come la “portale-net”… Ecco, solo in questo caso ci sarà legittimità per la creazione di nuove regole: nuova rete, nuovi utenti e nuova normativa, sarà così possibile realizzare il sogno del “portale-Italia”.

Se volete però fare parte della internet attuale dovete entrare nella rete in punta di piedi e rispettare prima di tutto la “netiquette”: questo DDL oggi rispetta interessi di molti ma non dei consumatori della rete.

Ho ricevuto moltissime e-mail che condividono la mia posizione, espressa in una lettera pubblicata su queste pagine, altre che non la condividono. Tra le molte c’è una domanda che si ripete con la frequenza di un martello pneumatico. La legge la stanno facendo per noi… dicono… ma perché non possiamo decidere proprio noi allora? Cari politici perché non possiamo decidere noi che siamo gli utenti della rete? Cosa ne sapete di noi consumatori della rete? (continua)


Ci siamo chiesti i motivi di un DDL che vuole “regolare” la rete internet, abbiamo formulato domande alle quali, temo, non otterremo mai risposta. I miei quesiti purtroppo rimarranno lettera morta; allora voglio raccontare, utilizzando per quanto possibile dei termini comprensibili, che cosa si cela dietro un “portale” della new-economy, soprattutto è fondamentale capire cosa memorizza un server al passaggio dell’utente.

I siti web mirati al commercio elettronico funzionano grazie a dei software dedicati: tra questi il server che consente la visualizzazione delle pagine html, meglio conosciuto come server web. Altro programma è il data-base nel quale sono, ad esempio, memorizzate le tipologie dei prodotti ed i numeri delle carte di credito dei clienti. Per finire, viene anche installato un software che registra le operazioni effettuate sul “portale”: questo sistema transazionale consente di memorizzare le pagine web visitate dai clienti ed i percorsi effettuati. Naturalmente, chi vende prodotti “on-line” cerca di attrarre il possibile acquirente offrendo servizi che a prima vista possono sembrare gratuiti ma che in realtà, per l’organizzazione di “e-commerce”, rappresentano un investimento.

L’offerta gratuita alla quale il cliente aderisce consente alla ditta di censire l’utente e di tracciare, utilizzando il server delle transazioni, tutte le operazioni da lui effettuate. Esistono prodotti software in commercio che permettono, tramite semplici operazioni visuali, di “caratterizzare” il profilo dell’acquirente e quindi di effettuare delle ricerche di mercato che mettono in condizione di personalizzare l’offerta dell’azienda al profilo appena censito (Business-to-Consumer).

Dietro a questo sistema che si trova sulla rete internet c’è la rete interna, la intranet dell’organizzazione: i dati statistici vengono trasferiti dalla rete esterna a quella interna e vengono elaborati dagli uffici che si occupano del marketing. La rete intranet potrebbe essere a sua volta collegata ad una rete privata virtuale (VPN), questa rete è stata costituita tra i diversi operatori di mercato per rendere più sicure le loro transazioni commerciali (Business-to-Business).

Qui si chiude il cerchio: i dati degli utenti “censiti” su internet possono essere elaborati e ritrasmessi da un’organizzazione all’altra con tanto di profili personalizzati.

Signori.. Il DDL vuole “regolare” internet ma non si occupa di difendere la privacy degli utenti che, anche loro malgrado, sono “immagazzinati” e “riutilizzati” a scopi commerciali e non solo; è ora chiaro che da un profilo è possibile risalire a gusti e tendenze politiche nonché ed altre informazioni “sensibili”. (continua)


Il disegno di legge, da un punto di vista prettamente politico, focalizza la vicenda sulla gestione dei nomi di dominio, ma il probema reale è la costituzione di un’anagrafe governativa che potrebbe in un futuro schedare gli utilizzatori della rete.

E importante distinguere la tipologia del sito web: abbiamo due tipi di “portali”, una parte a cura di aziende che promuovono i loro prodotti od operano attraverso il web ed un’altra parte che invece è costituita dalla miriade di siti personali, in genere di carattere amatoriale, nei quali ognuno esprime sé stesso nella misura e nel modo che gli sono più consoni. Sulla rete si trovano persone che hanno scritto un intero libro, raccolto barzellette, collezionato ricette di cucina, ordinato e catalogato le FAQ (raccolta di domande e risposte su uno specifico argomento) di un gruppo di discussione e qualsiasi altra cosa possa venire in mente.

Può rendersi necessaria una legislazione apposita per quanto concerne la parte del web di ispirazione commerciale, è giusto che vengano tutelati gli interessi delle botteghe virtuali, ora meglio note come “portali” di “e-commerce”, e che nessun pinco pallino possa prendere in giro gli incauti spacciando saldi di automobili modello “x” a cinque milioni, anche se queste situazioni sono comunque tutelate dall’attuale ordinamento giuridico.

Come può una fantomatica “anagrafe” decidere che se un’ipotetica Lucia, che parla di Tom Cruise e di uncinetto, non abbia i requisiti per mantenere un sito?

Viene il sospetto che il nocciolo del problema stia nel fatto che su internet si sfuggono i consueti canali di distribuzione. Non è necessario essere “raccomandati” per avere uno spazio o la possibilità di comunicare con molte altre persone; c’è anche il sospetto che sulla rete si sfuggono le regole di controllo sulla diffusione delle notizie, che sempre più spesso non vengono riportate dagli inviati ma raccontate alla gente da coloro che in quella situazione ci si sono trovati realmente.

C’è il grande problema che tutto il mondo pubblicitario “crolla” di fronte ai newsgroup tematici dove un certo numero di persone, realmente preparate sull’argomento, aiuta gli altri senza alcuna considerazione della pubblicità o della percentuale sull’acquisto. C’è lo scherzaccio di un gruppo di amici che può costituire una sorta di notiziario tematico svincolato dal legaccio pubblicitario e dalla cultura politica, e può anche succedere che questa “e-zine” si occupi anche di qualcosa che è contrario agli “allarmi” diffusi dai media tradizionali, invitando gli utenti della rete alla riflessione.

Per non parlare della “gravità” di un mondo alieno, completamente avulso all’estetica, un mondo che se ne frega della moda, della cilindrata dell’automobile, delle labbra a wurstel e dal peso forma… In rete conta e vale solo il cervello, merce rara e scomoda in diversi ambiti.

Purtroppo è ormai evidente la voglia di impossessarsi di internet come centro di potere ancora vacante dove, ricordiamoci, è vigente l’attuale legislazione ed i reati sono comunque tali anche se perpetrati attraverso il web.

C’è davvero tanto bisogno di un’autorità? E quest’autorità fino a che punto controllerà o invece censurerà?

Un processo in atto da qualche anno cerca di spingerci tutti nelle case, con la partita di calcio in pay-tv invece che allo stadio, gli acquisti informatici al posto dei reali, la chat internet invece dell’incontro al pub per chiacchierare e la realtà di tutti i giorni vista dal TG invece che dalla strada: sembriamo tante api nelle loro celletta: produrre, guardare e ragionare in un certo modo, nessuna domanda nel cervello ma solo arrovellarsi per come pagare la vacanza e comprare la nuova automobile oppure avere le “tette” più sode: in fondo prigionieri di necessità che non sono neppure reali ma indotte, altrimenti a chi si venderebbero oggetti che non servono a nulla?

Ecco, internet è il posto dove se si naviga in giro per il mondo si scopre che non è necessario avere il processore ultimo modello per la videoscrittura, che si può “assaggiare” un disco con un paio di file MP3 senza spendere la “quarantamila” con buona pace dei discografici e che ci sono sistemi operativi e software Open-Source che non costano i milioni necessari alle note “finestre”, che ci sono anche dei gruppi di discussione, delle liste di distribuzione e delle FAQ scritte per aiutare o consigliare chi ha bisogno di informazioni più disparate, il tutto per la contentezza dei rivenditori e consulenti.

Certo è necessaria la misura, non si può prendere per oro colato tutto ciò che viene scritto in una pagina web. La maturità ed il discernimento dell’individuo adulto avranno pure un significato no?

Piuttosto, sarà interessante vedere come in un futuro, se questo DDL mai passerà così come è stato presentato, in quale misura si possa attuare il controllo dei nomi di dominio mantenuti dagli italiani all’estero. L’impresa cozzerà sullo scoglio della territorialità, magari per un paese industrializzato sarà più facile perseguire i colpevoli, ma come si può pensare di controllare siti sloveni o georgiani? Un nome per tutti è warez, e come si può pensare che i “crackers” accettino supinamente tutto questo?

Forse i liberisti e gli anarchici di internet invaderanno lo spazio dei CB, magari vagheremo tutti nell’etere col baracchino ed il masterizzatore per spedire il nostro sito web ad una voce… Di certo parecchi personaggi che frequentano la usenet non spegneranno il computer per vedere le trasmissioni di Maria De Filippi!

Stefano Tagliaferri

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Pubblicato il
18 apr 2000
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