Quell'orchestra suona la morte della rete libera

di Massimo Mantellini. Da più parti, e in più paesi, al dolore e all'indignazione si aggiunge il coro che criminalizza Internet. Un coro così armonioso che sembra agire sotto la direzione di un direttore d'orchesta
di Massimo Mantellini. Da più parti, e in più paesi, al dolore e all'indignazione si aggiunge il coro che criminalizza Internet. Un coro così armonioso che sembra agire sotto la direzione di un direttore d'orchesta


Roma – L’impressione, leggendo le notizie e i commenti del dopo attentati – mi spiace dirlo ma è una sensazione che provo distintamente – è che esista una specie di direzione d’orchestra che orienti vigorosamente i sentimenti dell’opinione pubblica oltre l’ oggettiva gravità dei fatti che stiamo vivendo . Mi limito ovviamente agli sviluppi, moltissimi e inattesi, che gli attentati sul suolo americano hanno causato nelle cose tecnologiche anche se segni di questo atteggiamento credo siano facilmente rintracciabili anche in campi molto meno ristretti dell’universo informativo.

Il popolo americano vuole oggi più sicurezza (decine di poll sembrano affermarlo chiaramente) e per averla è disposto a rinunciare a tutta una serie di “piccole” libertà individuali. Tra esse alcune riguardano direttamente la rete Internet. È un atteggiamento comprensibile e umano, eppure esiste un rischio concreto ben evidente: passata l’emergenza e l’emotività del momento, ben difficilmente certi software verranno disinstallati, certe tecniche di scanning abbandonate, certi database cancellati. Ed è inutile ricordare che gli USA rappresentano – ci piaccia o no – il paradigma tecnologico di tutto il mondo connesso.

Nulla in altre parole tornerà come prima anche se Bin Laden dovesse arrendersi ai Marines sui monti dell’Afghanistan domani.

Una delle frasi di maggiore effetto ascoltate anche in Italia nei giorni successivi al tragico 11 settembre scorso è stata “Oggi siamo tutti americani”. Si tratta di una manifestazione di partecipazione ammirevole che in molti abbiamo sentito come nostra: mille cose ci legano al popolo statunitense, affinità culturali, aspirazioni e tanto d’altro. Eppure nessuno oggi – forse per senso di responsabilità o semplice ignoranza – desidera ricordare che, dopo un lungo iter, il Parlamento Europeo ha recentemente raggiunto una conclusione definitiva sull’esistenza di Echelon. Già Echelon, in tanti si chiedono in questi giorni, come mai non abbia fatto il suo lavoro di intercettazione, scordando che gli attentati americani sono stati chiaramente – come è stato affermato da più parti – eventi molto poco tecnologici.

L’Unione Europea, lo scrivono perfino i quotidiani americani , è giunta alla conclusione che da un trentennio gli USA gestiscono un sistena di intercettazione delle comunicazioni del Vecchio Continente all’insaputa dei suoi stati membri. La nota del Parlamento Europeo raccomanda in conseguenza di questo “piccolo impiccio” l’utilizzo di metodi di cifratura delle comunicazioni. Proprio così: 367 contro 159 parlamentari europei ritengono necessario codificare le comunicazioni del Vecchio Mondo per sfuggire al lungo occhio del Nuovo.

È curioso: possiamo forse essere americani per un giorno (un triste, tristissimo giorno) ma non possiamo esserlo tutti i giorni, visto che i nostri vicini d’oltreoceano, sulla faccenda Echelon non sembrano poi essersi comportati troppo amichevolmente in passato e, perfino nel presente, continuano a negare qualsiasi commento al riguardo.

Questa faccenda è curiosa anche per un altro motivo: in questi giorni è in atto una campagna molto ampia negli USA per rendere i sistemi di cifratura trasparenti alle autorità. La famigerata backdoor che già in anni passati si voleva imporre ad ogni sistema di codifica è una opzione oggi molto più vicina di un tempo. Anche in questo caso pare difficile pensare ad una sua dismissione quando non servirà più (e quando poi?). Dovremo applicare una backdoor americana anche alle comunicazioni europee commerciali cifrate in nome del rischio terrorismo?

Parlavo prima di una direzione d’orchestra: come per miracolo sui fogli tecnologici e anche su quelli divulgativi da qualche giorno si fa un gran parlare di tecniche di criptazione dei messaggi come la steganografia e della loro potenziale pericolosità. Osama Bin Laden ne farebbe – secondo non meglio precisate fonti dell’intelligence americana – largo uso. Come citato anche in Italia dal Colonnello Rapetto qualche giorno fa le opzioni steganografiche dei terroristi sembrano moltiplicarsi ogni giorno. Si tratta di una moltiplicazione sospetta.

Possibile che sia così? Rapetto citava Napster come possibile strumento di comunicazioni criptate del terrorista arabo, ma nel dopo attacco agli USA ne abbiamo lette al riguardo di tutti i colori: Bin Laden steganograferebbe (se la parola esiste) dentro foto porno scaricabili da un sito XXX USA (fonte USA Today di qualche mese fa) oppure dentro foto porno su Usenet ( ZDnet del 24 settembre scorso ). Secondo altri i messaggi del barbuto miliardario solcherebbero Internet dentro immagini scaricabili da eBay.

Si tratta di “rumors” che mostrano invidiabili sincronie, tanto da comporsi in una piccola sinfonia: se avesse un testo questa opera musicale direbbe qualcosa del tipo: “le forze del male sono geniali, per contrastarle dobbiamo fare di tutto, anche rinunciare a parti della nostra libertà.”

Non esiste alcuna prova concreta di simili ipotesi che compaiono e scompaiono velocemente nelle parole degli esperti senza che ci si preoccupi della loro veridicità. O forse non è del tutto vero. Qualcuno ogni tanto si preoccupa e decide di approfondire un po’, curiosando al di sotto della superficie. Niels Provos e Peter Honeyman dell’Università del Michigan, sono due di questi “curiosi” e lo scorso agosto hanno pubblicato un lavoro scientifico originato proprio da certe voci sull’uso di tecniche steganografiche all’interno di immagini liberamente disponibili online.

Seguendo le indicazioni di stampa che affermavano l’esistenza di messaggi nascosti dei terroristi dentro files grafici su eBay hanno analizzato due milioni di immagini scaricate dal sito di aste americano. Due milioni, non qualche centinaio. Si tratta di un lavoro accurato, liberamente accessibile online qui che per qualche strana ragione trova poca eco sui giornali americani che in questi giorni si occupano di steganografia: eppure si tratta di uno studio recentissimo (31 agosto 2001) e di grande attualità. Con un piccolo difetto: dentro le due milioni di immagini scaricate da ebay, Provos e Honeyman non hanno trovato alcun messaggio nascosto.

Si tratta di una piccola stonatura che nessuno desidera ascoltare in una esecuzione orchestrale come quella in onda, anche in rete, in questi sciagurati tristissimi e ambigui giorni.

Massimo Mantellini

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25 09 2001
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