Random048/ Filtri e Tabù

Si apre lo scontro legale sulla legge che vara i filtri di stato negli USA, quelli per proteggere i minori e che si traducono in una lesione delle libertà di espressione. Perché certi filtri sono inutili, stupidi e dannosi
Si apre lo scontro legale sulla legge che vara i filtri di stato negli USA, quelli per proteggere i minori e che si traducono in una lesione delle libertà di espressione. Perché certi filtri sono inutili, stupidi e dannosi


Roma – Il primo di aprile, ma non si tratta di uno scherzo, è iniziato a Philadelphia il giudizio di primo grado sulla costituzionalità della “CIPA” (Children’s Internet Protection Act), una legge approvata nel novembre del 2000 che prevede l’interruzione dei contributi statali a tutte le biblioteche che non adottano dei filtri per proteggere i minori dai contenuti scabrosi che potrebbero incontrare su Internet. A chiedere che la legge venga cancellata c’è, oltre ai soliti noti (ACLU ed EPIC), anche l’ALA, l’Associazione dei bibliotecari americani.

L’oggetto del contendere è noto e ce ne siamo già occupati a suo tempo . Questa volta vogliamo attirare l’attenzione su uno dei peggiori effetti collaterali di un provvedimento legislativo del genere.

“Surfwatch” è uno dei tanti sistemi che promette di aiutare i genitori a proteggere i loro pargoli dai contenuti “pericolosi” attraverso la compilazione e il periodico aggiornamento di una “lista nera” di siti da non visitare (cfr: Random024/ Bambini in trappola ). Il sistema è in funzione da anni ed è diventato famoso nel 1996 per aver bloccato una pagina web del sito della Casa Bianca in quanto il file relativo si chiamava “couples.html”, termine che significa sia “coppia” che “accoppiarsi”.

“A list Apart”, invece, è una utile risorsa per coloro che si interessano, soprattutto a livello professionale, di tutto quanto correlato al “web design”, poichè pubblica interessanti articoli, principalmente – ma non solo – tecnici sui modi migliori per costruire pagine web gradevoli, accessibili ed usabili. E’ un sito on-line da diverso tempo e discretamente conosciuto tra gli addetti ai lavori.

La “collisione” tra i due siti è stata causata da un articolo di Denice Warren pubblicato appunto su “A list Apart”, il cui titolo – “The Art of Topless Dancing & Information Design” – è stato, a causa dei termini “topless dancing” – censurato da “Surfwatch”. Il fatto poi che, all’interno del testo – che si occupa di come i “web designer” debbano rapportarsi con i “web contents manager” – compaia per ben due volte il termine “lap dance” (sic!) ha peggiorato le cose. Il sito dedicato al web design è stato inserito nella lista nera del software di filtraggio. Ogni commento è superfluo!

Naturalmente si potrebbe considerare quanto accaduto solo l’ennesimo errore “tecnico” o, nel migliore dei casi, il male minore che un sistema tutt’altro che perfetto si porta dietro come effetto collaterale, non voluto. In realtà episodi del genere, oltre che dimostrare (se ce ne fosse ancora bisogno) che i filtri dei contenuti web sono stupidi, inutili, dannosi e mal funzionanti, sono anche un buon esempio di come si possa limitare la libertà di espressione. Questo perché, con tali precedenti, chiunque scriva sul web – anche dell’argomento più inoffensivo di questo mondo – è costretto a misurare col bilancino le parole che può o non può adoperare per evitare il rischio di incappare in qualcuna delle parole “calde” che vengono usate dai software di filtro.

E’ un chiaro invito a trovare un posto, accanto alla tastiera, per il libriccino nero contenente i termini “tabù”, quelli che potrebbero scatenare le ire dei censori della morale elettronica. E, se si tiene conto della diffusione di Internet e delle diversità esistenti fra lingua e lingua, si capisce subito che potrebbe capitare di scrivere qualcosa che nella nostra lingua madre ha un senso innocuo, ma che in qualche altra appartiene alla lista delle parole da non usare in pubblico.

In altri termini è come se qualcun altro si arrogasse il diritto di decidere “cosa” e “come” dobbiamo scrivere, pena l’oscuramento della nostra pagina, del nostro sito o addirittura del nostro dominio con possibili danni anche di tipo economico.

Certo, qualcuno potrebbe sostenere che, una volta segnalato l’errore, il filtro può anche essere rimosso e si può quindi ritornare ad un minimo di ragionevole decenza, ma anche questa certezza non cambia di una virgola il problema: i filtri sono incompatibili con la libertà di espressione.

Giuseppe

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04 04 2002
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