RFID, Europa in cerca di standard

La UE ha aperto la consultazione pubblica per la definizione di standard europei per RFID, tecnologia destinata ad avere un enorme impatto economico e sociale. L'Italia rimane a guardare. La questione dell'impatto sulla salute
La UE ha aperto la consultazione pubblica per la definizione di standard europei per RFID, tecnologia destinata ad avere un enorme impatto economico e sociale. L'Italia rimane a guardare. La questione dell'impatto sulla salute

Nel corso degli ultimi mesi si sono tenuti a Bruxelles diversi incontri tra produttori, system integrator e Commissione Europea per la definizione di standard europei relativi alla tecnologia RFID.

L’impatto economico previsto dallo sviluppo della tecnologia RFID è nell’ordine delle migliaia di miliardi di euro. Cifre di tutto rispetto, che meritano tutta l’attenzione della Commissione Europea: quest’ultima dovrà incentivare la diffusione di questa tecnologia attraverso standard chiari e semplici che tutelino i diritti degli utenti in ambito di privacy, salute e prezzi.

Già dalla prima sessione, denominata The Internet of things , sono emerse chiaramente le strade percorribili per permettere l’uso corretto della tecnologia RFID: definire uno o più standard comuni per la comunicazione e definire un protocollo che consenta l’interoperabilità tra le applicazioni lungo la catena del valore dei prodotti (quindi dalla materia prima al consumatore). A tal fine è stata dedicata una sessione specifica per lo studio dei casi di applicazione esistenti in Europa.

I primi due giorni di giugno 2006 si è tenuto a Bruxelles un importante workshop dedicato a due temi fondamentali della tecnologia RFID: l’interoperabilità delle applicazioni e lo spettro di frequenze da utilizzare. L’evento ha reso più chiaro il percorso che la Commissione Europea intende adottare per la standardizzazione di RFID in Europa.

Purtroppo il workshop, che ha visto una forte presenza di relatori e imprese americani, svizzeri, tedeschi, francesi e inglesi, è stato quasi del tutto ignorato dagli italiani: non solo non c’era nessun relatore italiano coinvolto nei temi chiave del dibattito, ma anche tra il pubblico gli italiani erano solo due (compreso il sottoscritto). Questo ha inevitabilmente portato l’asse delle scelte comunitarie più vicino agli interessi tedeschi ed americani, interessi che non sempre sono i più corretti sotto il punto di vista della tecnologia e dell’interoperabilità.

Durante il primo giorno, le discussioni si sono incentrate sull’interoperabilità tra i sistemi informatici per permettere le transazioni business-to-business automatizzate con RFID. Ogni speaker ha apportato, attraverso le sue esperienze progettuali, un differente modo di vedere il concetto di interoperabilità applicato soprattutto alla logistica del business-to-business.

Si è anche parlato degli standard attualmente presenti: dal packaging al trasporto, dalla ricezione all’apposizione delle etichette con i codici a barre. Non si è invece toccato il punto cruciale: la definizione di uno standard comune. Per essere più chiari, tutti gli speaker hanno chiesto uno standard comune di interoperabilità “open source”, ma nessuno è stato realmente in grado di proporre una soluzione valida. In merito allo spettro di radiofrequenze, tutti i relatori si sono detti favorevoli all’utilizzo di sistemi UHF EPC Global Gen 1 e 2 , coperti da un brevetto del MIT.

Non essendo possibile l’uso di frequenze compatibili con lo standard americano (915 MHz), molti si orientano all’uso di una frequenza ridotta (868 MHz): purtroppo in gran parte degli stati europei (Italia compresa) questa frequenza è riservata ad utilizzi militari. C’è inoltre da osservare che lo scarto di frequenza tra USA ed Europa renderà impossibile l’interoperabilità tra i rispettivi tag UHF.

È poi stato fatto presente alla Commissione che l’uso di una sola frequenza non chiude le casistiche d’uso dell’RFID, che in certi ambiti d’applicazione (ad esempio, quello di materiale sanitario, liquidi e metalli) utilizza tecnologie LF o HF (125 Khz o 13,56 Mhz).

Sulla tutela alla salute degli operatori e degli utenti, si è tenuta una sessione speciale nella quale sono stati presentati diversi studi e ricerche per assicurare la piena bio-compatibilità degli apparati.

Durante questa sessione è stata presentata una ricerca del Prof. Franz Adlkofer, chiamata REFLEX in cui campioni biologici sono stati esposti per 24 ore ad una frequenza di circa 2 GHz a 2 watt di potenza (dunque molto al di sopra delle frequenze e dei valori di potenza dell’RFID).

I risultati hanno mostrato che i valori di genotossicità (cioè il livello di errori genetici durante le replicazioni cellulari) dei campioni esposti erano quattro volte superiori alla norma. Per meglio chiarire gli aspetti di questa ricerca abbiamo intervistato il Prof. Paolo Ravazzani , ricercatore dell’Istituto di Ingegneria Biomedica ISIB Sezione di Milano del CNR , presente come relatore al workshop.

Sui temi dell’RFID è stata aperta una consultazione pubblica, accessibile qui , per permettere a tutti di fornire spunti di riflessione alla Commissione Europea. Dai risultati raggiunti dalla pubblica consultazione, si aprirà una conferenza finale il 16 ottobre a Bruxelles.

L’importanza della partecipazione a questa consultazione è stata sottolineata dallo stesso commissario europeo Viviane Reding.

“Dobbiamo cercare, con la partecipazione di tutti, un accordo sul futuro della tecnologia RFID e fare in modo che questa tecnologia sia all’altezza del suo potenziale economico”, ha detto Reding. “Per questo è necessario creare delle condizioni che agevolino il suo utilizzo nell’interesse generale, consentendo ai cittadini di mantenere il controllo sui loro dati personali. In una comunicazione prevista per il dicembre 2006, la Commissione Europea spera di assumere questa doppia responsabilità”.

Di seguito l’intervista a Ravazzani. Corrado Patierno – Prof. Ravazzani, lei è stato l’unico italiano a partecipare come relatore al WorkShop sulla tecnologia RFID organizzato dalla Commissione Europea l’1 e 2 giugno scorsi. Come commenta la scarna presenza italiana a questo evento?
Paolo Ravazzani – L’evento è stato sicuramente di grande rilievo dal momento che si occupa di una tecnologia di così grande impatto ed espansione. Mi ha perciò stupito la limitata presenza di operatori italiani, anche in confronto alla partecipazione di altri operatori del settore. Forse la concomitanza del Workshop con altri eventi nazionali ed internazionali ha obbligato molti a valutazioni e scelte.

CP – Può descriverci brevemente l’attività della sua unità nel settore dell’impatto dei campi elettromagnetici sulla salute?
PR – Da molti anni ci occupiamo di applicazioni biomedicali dei campi elettromagnetici (CEM). Per quanto concerne i possibili effetti biologici dei CEM, stiamo approfondendo sia lo studio dei possibili effetti dei telefoni cellulari GSM ed UMTS sul sistema uditivo nell’uomo e nell’animale, sia aspetti di dosimetria dei CEM nei sistemi biologici. Questo in stretta relazione con alcuni progetti multicentrici della Commissione Europea, che abbiamo ideato, progettato e che sto dirigendo in qualità di Coordinatore (FP5 GUARD, EMFnEAR DG SANCO, FP6 EMF-NET). In particolare, EMF-NET è un’azione coordinata della Commissione Europea che coinvolge oltre 40 centri di ricerca in Europa, con lo scopo di fornire interpretazione dei risultati scientifici dei progetti di ricerca europei e non.

CP – Durante il Workshop il prof. Adlkofer ha illustrato i risultati, per nulla incoraggianti, della ricerca REFLEX sugli effetti dei CEM sui sistemi biologici, e quindi anche sull’uomo. Il suo intervento è invece più tranquillizzante, può spiegarcene il motivo?
PR – In qualità di Coordinatore di EMF-NET ho cercato di fornire un quadro dello stato dell’arte dei risultati delle ricerche che la Commissione Europea recentemente ha supportato circa l’esposizione a frequenze legate ai dispositivi RFID. Nessun progetto europeo ha studiato questa tipologia di frequenze e modulazioni, focalizzandosi invece soprattutto sulla telefonia mobile. In linea generale i numerosi progetti europei condotti negli ultimi anni su differenti target biologici e modalità non hanno evidenziato prova certa di effetti e danni.
Siamo però ancora in attesa dei risultati di alcuni progetti chiave, come INTERPHONE, uno studio epidemiologico su larga scala legato alla possibile connessione fra vari tipi di cancro e uso dei telefonini. Questi risultati saranno disponibili solo nel 2007.
Circa i risultati del progetto europeo REFLEX, il suo Coordinatore Prof. Franz Adlkofer, dopo aver sottolineato che in gran parte dello studio nessun effetto è stato individuato, ha sì descritto qualche risultato in cui sono apparsi alcuni effetti potenzialmente genotossici, ma ha sottolineato che nessuna conclusione può essere tratta da essi prima che altri studi indipendenti abbiano ripetuto la ricerca, confermandone o meno i risultati. Condivido pienamente le sue conclusioni.

CP – Secondo lei è dunque necessario continuare la ricerca prima di lanciare eventuali campanelli d’allarme. Verso che direzione?
PR – Molte ricerche sono state svolte e molti risultati sono ormai consolidati. Ci sono però ancora priorità di ricerca che EMF-NET ha segnalato in un recente documento (reperibile qui ). Come già accennato, sono estremamente insufficienti le ricerche nelle cosiddette “frequenze intermedie” utilizzate dalla maggior parte dei dispositivi RFID, e perciò esse sono incluse nella lista di priorità per la ricerca futura, tenendo conto anche l’impatto sia attuale che futuro di questa tecnologia nel tessuto sociale.

CP – Considerando che il processo di comunicazione dei sistemi Rfid è fondamentalmente diverso dal processo di comunicazione standard (poiché avviene una trasmissione di potenza anziché di segnale), emettere 2 watt fissi con frequenze UHF può essere un azzardo tecnico nei confronti delle persone esposte? Secondo le norme europee quanto tempo una persona può essere esposta ad una emissione simile?
PR – Come già sottolineato, gli studi specifici sulle frequenze e modalità di emissione dei dispositivi RFID sono pochi e non consentono di fare alcuna considerazione generale.
Per quanto riguarda le norme, i sistemi RFID ricadono nella normativa vigente nelle varie nazioni, che spesso si rifà alla raccomandazione della Commissione Europea emanata nel 1999 (Council Recommendation 1999/519/EC) circa l’esposizione della popolazione.
Per l’esposizione dei lavoratori, nel 2004 è stata emanata una Direttiva (European Parliament Directive 2004/40/EC) a cui tutti i paesi UE devono adeguarsi entro pochi anni. Nello specifico, qualunque sistema basato su RFID deve rispettare sia le norme di prodotto che di esposizione in vigore nel paese in cui viene collocato.

Articolo e intervista a cura di Corrado Patierno
RFID Director
5G Plus gruppo Asystel

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25 07 2006
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