Sangue open source per la PA USA

Ne parla una indagine sulle organizzazioni governative statunitensi. C'è chi ha già adottato soluzioni aperte e chi ci pensa su. Ma tutti concordano su un punto: l'open source offre molti vantaggi

Roma – Federal Open Source Alliance , organizzazione che si dedica alla diffusione del software a codice aperto sponsorizzata da nomi del calibro di Intel, HP e Red Hat , ha rilasciato il primo rapporto annuale del suo studio Federal Open Source Referendum , pensato per analizzare la situazione dell’open source in seno al settore federale degli Stati Uniti. E sono lodi sperticate quelle che il codice aperto raccoglie dai gangli di controllo della confederazione americana.

L’ indagine , condotta online intervistando 218 membri civili operanti in seno al governo federale, esponenti del Dipartimento della Difesa e dell’Intelligence, ha dimostrato – con un margine di errore stimato del 5,5% e un livello di confidenza del 90% – che il 71% degli interessati è convinto che una soluzione OSS potrebbe giovare alla propria azienda . Analogamente, il 58% dei responsabili di data center governativi sostiene di valutare seriamente l’ipotesi man mano che i sistemi crescono e si sviluppano.

I federali sono tutti d’accordo sul fatto che l’open source sia un bene, ma si dividono nella percezione delle difficoltà e dei benefici connessi alla sua adozione. Se il 30% di chi è stato già coinvolto con progetti open – gli “haves” – indica nel maggiore livello di sicurezza dei sistemi il vantaggio maggiore, il 40% di quelli che non hanno esperienza in materia – gli “have nots” – considera la sicurezza come una sfida nell’implementazione. Il 97% degli “haves” si considera poi soddisfatto o parzialmente soddisfatto dell’adozione dell’ OSS .

Tutti contenti allora, e tutti convinti della via open alla produttività statale e federale? Sembrerebbe proprio di sì, ma le difficoltà percepite per l’implementazione di soluzioni adatte non mancano di certo: tra gli “have nots”, il 42% cita la riluttanza dell’organizzazione per cui lavora a cambiare lo stato delle cose, il 40% problemi connessi alla sicurezza e il 26% la mancanza di una struttura di supporto adeguata all’installazione e gestione dei sistemi OSS.

Ed è proprio nel senso di una maggior formazione che dovrebbe muoversi una politica seria sull’open source, secondo quanto emerge dallo studio statistico: aumentando l’informazione e l’educazione del personale chiave per le migrazioni su obiettivi e benefici delle piattaforme open e istruendo nel contempo un supporto tecnico adeguato alla sfida , prima ancora che essa coinvolga le strutture informatiche delle agenzie interessate.

Il deployment e l’avanzata di Tux&compari , ad ogni modo, non si fermano: una fetta sostanziale di “have nots” – il 29% – fa sapere di aver pianificato l’implementazione di soluzioni open nell’arco dei prossimi 12 mesi , con la comunità delle agenzie di Intelligence a guidare il gruppo.

D’altronde, se la stragrande maggioranza degli “haves” – il 90% – si è detta certa del fatto che il proprio comparto abbia guadagnato valore dalla migrazione, non stupisce che la spinta in tal senso sia forte anche per chi ancora si muove tra software proprietario e famosi sistemi operativi a finestre.

Alfonso Maruccia

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