Speciale/ Mucca pazza, la Rete a rapporto

Internet offre l'opportunità di approfondire le caratteristiche della malattia conosciuta come Mucca Pazza, per verificare con mano quanto si sta facendo e quanto si sarebbe potuto fare. Il ritardo emerge drammatico
Internet offre l'opportunità di approfondire le caratteristiche della malattia conosciuta come Mucca Pazza, per verificare con mano quanto si sta facendo e quanto si sarebbe potuto fare. Il ritardo emerge drammatico

Roma – Si potevano evitare alcuni decessi e la psicosi da Encefalopatia spongiforme bovina (BSE)? Girando in Rete sui siti della Comunità europea e su quelli degli studiosi che si occupano di questo genere di patologie si può toccare con mano quanto è stato fatto e, almeno in qualche caso, con quale ritardo. Si può conoscere questa terribile patologia e capirne l’origine.

Il morbo cosiddetto “della Mucca Pazza” è una malattia neurologica degenerativa che colpisce i bovini e che ha sempre un esito mortale. La sua prima comparsa si è avuta in Gran Bretagna nel 1985 anche se è stata individuata e classificata come patologia trasmissibile agli uomini solo alla fine del 1996. Un periodo di tempo nel quale il governo britannico ha ripetutamente rassicurato i suoi concittadini sul fatto che “la barriera delle specie” impediva la trasmissione del morbo agli uomini. Al 2 aprile 1999, 12 anni dopo, ben 174.433 bovini britannici erano stati colpiti dall’epidemia.

Nelle conclusioni della grande inchiesta sul fenomeno condotta in Gran Bretagna, le autorità competenti vengono accusate di inefficienza e incapacità di reagire al fenomeno. Vengono messi in luce gli enormi ritardi accumulati e gli enormi rischi da questi derivati nei dodici anni in cui la malattia ha avuto modo di diffondersi nella popolazione bovina britannica. Non sono evidenziate, invece, le contraddizioni nelle rassicurazioni continuate che il governo britannico, e non solo , ha dato ai cittadini pur in assenza di studi e prove definitive.

Dodici anni. Un periodo di tempo lunghissimo durante il quale sono cresciute le evidenze di una relazione tra il morbo “della Mucca Pazza” e un nuova variante della sindrome di Creutzfeld-Jakob (nvCJD o nvMCJ) che colpisce, fatalmente, gli umani. La nuova variante è clamorosamente emersa in Gran Bretagna durante il 1995 ma si è dovuto attendere fino alla primavera del 1996 prima che il ministero della Sanità di Londra ammettesse che 14 persone erano decedute come conseguenza di questa patologia. Dopo questa ammissione, come si ricorderà, è finalmente scattato il primo allarme: 12 anni dopo i primi casi di Mucca Pazza su bovini inglesi. Allarme che ha toccato tutti i paesi importatori di carne britannica, persino la Russia , fino a quel momento “fedele consumatrice” di roast-beef.

Ma come ha fatto il morbo delle mucche a “trasformarsi” in una sindrome mortale per gli umani? La ragione sembra ormai ampiamente condivisa e sta nell’uso delle farine animali, prodotte dalle carcasse bovine riciclate, utilizzate quali economici integrativi al cibo per i bovini da allevamento. Da questi allevamenti per anni sono stati tratti alimenti messi in vendita sui mercati di tutta Europa.

Sulla questione ha lavorato, proprio per i suoi possibili effetti macroscopici, il Comitato scientifico voluto dall’Unione europea che lo scorso agosto ha pubblicato il rapporto del rischio BSE in 23 paesi. Il Scientific Steering Committee (SSC) ha analizzato le informazioni provenienti dai diversi paesi scoprendo che in quelli in cui il morbo dei bovini è stato già scoperto (GB, Irlanda, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Francia, Svizzera, Portogallo e Danimarca) la sua diffusione tende a stabilizzarsi o decrescere fin dal 1996 o forse anche dal 1994.

Per l’Italia, il Comitato ha stabilito che la presenza del morbo è con ogni probabilità inferiore alle capacità del paese di individuarlo, come accade in Spagna e Germania. Ancora meno a rischio sarebbero Austria, Svezia e Finlandia. Lavorando sul percorso epifanico della patologia, l’SSC ha ipotizzato l’improbabilità della presenza del morbo in paesi come la Norvegia, la Nuova Zelanda, l’Australia, l’Argentina, il Cile e il Paraguay. Non escluderebbe invece la possibilità della presenza della malattia in Canada e Stati Uniti.

Anche in Italia sono stati avviati in sede di Consiglio nazionale delle ricerche diversi studi per approfondire il fenomeno e per studiare una strategia capace di limitare “i danni”. Ma chi si sta muovendo finalmente con rapidità è la Commissione europea che con una serie di provvedimenti sembra aver deciso di prendere in mano la questione, proprio nei giorni in cui, ma è cronaca di oggi, la “psicosi” della Mucca Pazza, se davvero si può chiamare psicosi, si sta diffondendo in tutta Europa, particolarmente in Francia.

La Commissione ha adottato una direttiva che impegna tutti i paesi membri a rimuovere le farine animali dalla catena alimentare degli allevamenti già dal primo ottobre scorso. Da quella data tutti i macelli e gli impianti di trattamento degli animali dovranno lavorare seguendo le nuove regole. In Italia, come noto, dal primo gennaio del 2001 tutti gli impianti dovranno utilizzare il test di analisi preventiva sulla presenza del morbo su tutte le carni immediatamente dopo la macellazione. Un test disponibile già dal 1999.

Sui modi con cui la diffusione del morbo è stata affrontata in questi anni sono intervenuti in tanti, ma sono decisamente cresciute di numero le associazioni e le organizzazioni che, anche attraverso Internet, stanno facendo sentire le proprie proteste, per dire che quanto si sta facendo ora poteva essere fatto prima e per denunciare l’accaduto. Una indignazione che pare essere segno certo, quantomeno, della mancata trasparenza nelle informazioni fornite dalle autorità competenti. L’ultima, tutta italiana, è di ieri, con un ministro, Veronesi (Sanità), secondo cui il ritiro delle carni rosse dalle mense scolastiche è un’esagerazione e un altro ministro, Pecoraro Scanio (Politiche comunitarie), che afferma l’esatto contrario.

Lamberto Assenti

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14 11 2000
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