Supercomputer, Blue Gene il più veloce

Il dominio del Giappone sulla classifica dei computer più veloci al mondo dopo due anni è stato infranto da un nuovo mostro di calcolo targato IBM. Ma Big Blue non s'accontenta...
Il dominio del Giappone sulla classifica dei computer più veloci al mondo dopo due anni è stato infranto da un nuovo mostro di calcolo targato IBM. Ma Big Blue non s'accontenta...


Rochester (USA) – Da oltre due anni i grossi calibri negli Stati Uniti stanno cercando di riappropriarsi della palma per il supercomputer più veloce al mondo, un trofeo che era era stato sottratto senza troppi convenevoli dal Giappone con il debutto dell’ormai famoso Earth Simulator di NEC .

A riportare il primato di calcolo in suolo americano è un nuovo supercomputer di IBM che, seppure ancora in fase di sviluppo, è già riuscito a mettere dietro il monster giapponese – anche se di un soffio – totalizzando un indice prestazionale di 36,01 teraflop: all’inizio del 2002 l’Earth Simulator fermò la lancetta a 35,86 teraflop.

Come noto, 1 teraflop equivale a mille miliardi di calcoli in virgola mobile al secondo. Per misurare le prestazioni dei supercomputer, l’attuale standard industriale è rappresentato da Linpack , lo stesso benchmark promosso come suite di test di riferimento dall’organizzazione che stila semestralmente la nota classifica Top500.org : il nuovo mostro “blu” dovrebbe entrare a far parte di tale elenco a partire dal prossimo novembre, quando la TOP500 verrà aggiornata.

L’importanza del raggiungimento di questo nuovo traguardo trascende la pura sfida tecnologica: per gli USA essere tornati al vertice della classifica dei computer più veloci al mondo significa riconfermare la propria leadership economica, oltre che tecnologica, soprattutto in settori industriali, come quello delle biotecnologie, dove sviluppo e innovazione sono legati a doppio filo con le tecnologie di supercomputing.

“Il fatto che un vendor non americano come NEC abbia creato il più veloce computer al mondo è stato avvertito dall’America come una grande sfida alla sua rinomata industria dei computer”, ha commentato Horst Simon, director del supercomputing center del Lawrence Berkeley National Lab in California.

Il nuovo supercomputer da primato di IBM si basa su Blue Gene/L, una tecnologia che, allontanandosi radicalmente dal modello di supercomputing monolitico e interamente basato su tecnologie proprietarie qual era fino a pochi anni fa quello di IBM, abbraccia un modello più aperto e flessibile che ha come priorità l’ottimizzazione dei costi, dei consumi energetici e degli ingombri. In linea con questi obiettivi, il fulcro di questi sistemi è costituito dal sistema operativo open source Linux e da uno speciale processore dual-core basato sull’architettura Power, la stessa su cui poggiano, ad esempio, le CPU utilizzate sui più recenti computer di Apple.


IBM ha spiegato che il nuovo Blue Gene/L, grazie alla sua architettura “a celle”, ha una dimensione fisica cento volte inferiore a quella dell’Earth Simulator e consuma soltanto una frazione dell’energia elettrica necessaria a quest’ultimo.

Al momento esistono già alcuni prototipi di Blue Gene/L operativi in alcuni grandi laboratori di ricerca, tra cui il Lawrence Livermore National Laboratory (LLNL) e l’Argonne National Laboratory: nessuno di questi, però, era arrivato ad insidiare la posizione di vertice della Top500. La nuova versione da 36 teraflop è solo un “cucciolo” rispetto a ciò che IBM implementerà, nei prossimi mesi, presso l’LLNL: se l’attuale macchina si basa su 16.000 processori, il prossimo modello potrà contare sui cavalli di 131.000 CPU e raggiungere una performance di picco teorica di 360 teraflop. Nonostante ciò, questo vero e proprio mostro di calcolo occuperà una superficie equivalente a quella di metà campo da tennis: “con le tecnologie tradizionali”, ha spiegato Big Blue, “occorrerebbe metà campo da calcio e forse più”.

Si possono trovare maggiori informazioni sul futuro sistema Blue Gene/L in questo articolo pubblicato su Top500.org.

I supercomputer Blue Gene/L si basano in larga parte su componenti che si trovano normalmente in commercio: se dal lato dei costi e della flessibilità d’implementazione questo è sicuramente un vantaggio, in certi ambiti applicativi tale approccio si rivela poco adatto a soddisfare esigenze specifiche, che spesso richiedono ancora l’uso di architetture specializzate. La tecnologia di Big Blue è stata originariamente sviluppata, da qui il nome di “Blue Gene”, per soddisfare le crescenti esigenze di calcolo nel settore delle ricerca genetica, tuttavia il colosso di Armonk conta di vendere i suoi “ferri” anche in diversi altri ambiti scientifici e industriali, quali quello petrolifero, finanziario, astronomico e geofisico.

La tecnologia degli attuali Blue Gene/L servirà ad IBM per preparare il terreno, fra pochi anni, all’avvento dei supercomputer con capacità di calcolo nell’ordine dei petaflop: questi sistemi dovrebbero portare il nome di Blue Gene/C e /P.

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29 09 2004
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