Too big to stop: Facebook, democrazia, libertà

Facebook è ormai troppo radicato nella società per pensare di poterlo semplicemente fermare: anche in casi estremi, come per gli attentati di Pasqua.

Di fronte ad una piattaforma internazionale da oltre 2 miliardi di utenti, che supera ogni confine e che penetra in ogni casa, qualcuno o qualcosa può davvero pensare di fermare il flusso delle informazioni per le proprie necessità, i propri gusti o la propria incapacità/impossibilità di gestire una qualche situazione? Qualcuno pensa davvero di poter usare il proprio cucchiaino per svuotare il mare ed evitare l’inondazione? Fuor di metafora: qualcuno pensa davvero che si possa fermare Facebook senza che le conseguenze negative possano essere più pesanti degli effetti positivi?

Quando una pianta infestante mette radici tra antiche mura, nessuno può pensare di sradicare la pianta infestante senza mettere a rischio la tenuta stessa delle mura: o si interviene subito, o non si interviene più: la pianta va limitata, va contenuta, ma la rimozione sarebbe la peggiore delle soluzioni. Fuor di metafora: nessuno fermi i social network, perché oggi è questa la piattaforma su cui miliardi di persone sono in contatto, è questa la forma mentis su cui una generazione si è formattata, è questa la rete su cui le comunicazioni interpersonali viaggiano. Estirparla non è immaginabile, né ipotizzabile, né utile, né possibile.

Too big to stop

Il primo “too big to stop” è firmato David Kirkpatrick, che nel 2017 si pose esattamente questo interrogativo: “Facebook e Google rappresentano un dilemma per i mondo. Miliardi di persone dipendono da loro per comunicazioni, intrattenimento e informazioni. Hanno una vasta influenza sulla società, inclusi alcuni sottili effetti sul dialogo sociale e sulla politica. Ma non rispondono a nessuno se non a sé stessi. E nessuno dentro o fuori queste aziende ha realmente valide idee su cosa la società dovrebbe fare in proposito“.

Cosa fare quindi?

Nei giorni scorsi in occasione degli attentati di Pasqua in Sri Lanka le autorità locali hanno pensato di fermare temporaneamente l’accesso ai social network per evitare che al caos degli attentati si potessero aggiungere il caos delle opinioni, il caos della disinformazione e il caos della reazione emotiva. Il New York Times, per voce di Kara Swisher, non ha esitato ad esaltare il coraggio di questa scelta, considerandola un buon modo per riprendere in mano le redini del gioco senza lasciare che i social network, radici ormai penetrate nelle antiche mura delle istituzioni, potessero lasciar scorrere il veleno della disinformazione. Pochi i cenni al fatto che nelle stesse radici scorresse anche la sacra linfa della libera opinione, portando così online un manifesto che sa di svolta per una certa scuola di pensiero: ai tempi dell’innocenza, il Web voleva lasciare all’angolo i “gatekeeper” poiché troppo pericolosi per la libertà di espressione, ma oggi l’eccesso di espressione fa paura e ci si interroga quindi su quali possano essere i passi indietro da fare. O i passi in avanti da progettare.

“Lasciamo i media fuori da Internet”, suggerisce con una lucida provocazione Massimo Mantellini su Il Post. La sua tesi è una analisi critica al passo indietro che rappresenta la visione di Kara Swisher, che sembra cercare nell’utopia della stampa libera la miglior soluzione per quelle circostanze in cui i social network possono rappresentare un pericolo imminente:

sempre più spesso i guardiani della notizia assomigliano e talvolta risultano essere peggio dei loro lettori. E mentre questo avviene è ormai in vigore il paradosso secondo il quale, almeno in termini di potenza di fuoco, i media sono in grado di disinformare i cittadini, in TV, sui giornali di carta ma, soprattutto, sui social network, in maniera molto più ampia di quanto non possano fare i singoli malintenzionati che spargono bufale on line dal proprio profilo Twitter o Facebook.

Come a dire: se non possiamo fidarci nemmeno del giornalismo, allora perché scagliarci contro l’ultimo argine della libertà di espressione? Perché togliere la libera opinione alle persone, quando in alternativa non c’è alcun “guardiano dell’informazione” a gestirne in modo equilibrato i flussi? Come possiamo illuderci, oggi, di poter affidare l’informazione esclusivamente all’editoria, quando quotidianamente quest’ultima si dimostra non solo al pari livello dei social network, ma spesso pronta a catalizzare, esaltare e moltiplicare proprio le peggiori espressioni che post e tweet veicolano?

Della stessa opinione The Verge, che punta il dito proprio contro la contraddizione nei termini del pensiero della Swisher: “dovremmo essere sospettosi quando un governo ferma la libertà di parola sui social nel nome della sicurezza”, soprattutto dove i governi sono poco inclini alla democrazia, soprattutto dove l’intervento militare è radicato, soprattutto dove la libertà di espressione è violentata da pressioni più o meno esplicite e più o meno continue.

Sebbene il dilemma rimanga e nessuno abbia chiaramente idea di cosa occorra fare, una cosa è certa: i social network sono “too big to stop” e fermarli significa tirar via le radici dalle antiche mura ignorando quanti danni si possano fare. Se l’idea diventa cosa accettata nel mondo occidentale, ove i problemi delle libertà personali sono quantomeno edulcorati, il rischio è che il tutto si traduca in un asservimento delle tecnologie globali alle dittature locali. L’idea non passi, insomma, e rimanga vivo il sacro beneficio del dubbio a tutela delle libertà:

Se l’attuale governo degli Stati Uniti bloccasse ogni accesso ai social network dopo un attacco terroristico, violenteremmo la mossa come un attacco autoritario. Quando altri paesi lo fanno, dovremmo essere altrettanto sospettosi.

I social network sono tanto un pericolo quanto un’opportunità. Ma quanto più il contesto è sano, tanto minori sono i pericoli e tanto maggiori le opportunità. È la storia solita di quel che si lancia nel ventilatore, ecco. Concentrarsi sui social network, insomma, rischia di essere una falsa soluzione o perlomeno un falso modo di approcciare il problema: Facebook (e altri) sono ormai “too big to stop”, soprattutto nel negozio di cristalli che son diventate le nostre democrazie fragili. Tutto quel che si può fare è contenere, arginare, regolare. La solidità delle mura delle istituzioni ormai dipende anche da loro. La ricerca del dialogo (anche inculcato a forza, perché non sempre Mark Zuckerberg si è dimostrato pronto all’ascolto se non quando messo all’angolo), qualche risultato lo ha già riconsegnato. La GDPR è un traguardo ulteriore. Le promesse di maggior intraprendenza su vari fronti sono ulteriori segnali.

La fiumana dei social network non si può fermare, ma al tempo stesso non c’è fiume che non si possa deviare, irreggimentare, controllare e far arrivare fino al mare senza danni.

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