Tracciati gli utenti di telefonia mobile

Lo scoop del britannico Guardian riguarda tutta l'Europa e non solo. Gli operatori di telefonia mobile registrano gli spostamenti dei propri clienti? Almeno un'azienda britannica lo fa dal 1999. E in Italia? Quali garanzie?
Lo scoop del britannico Guardian riguarda tutta l'Europa e non solo. Gli operatori di telefonia mobile registrano gli spostamenti dei propri clienti? Almeno un'azienda britannica lo fa dal 1999. E in Italia? Quali garanzie?


Roma – Gli operatori di telefonia mobile tracciano gli spostamenti e l’uso dei servizi che viene fatto dai propri utenti? Questa è la domanda che sorge spontanea dopo la pubblicazione da parte dell’autorevole quotidiano londinese Guardian di un clamoroso scoop sulle pratiche di Virgin Mobile, operatore britannico.

L’accusa al carrier che fa capo al gruppo del miliardario Richard Branson è durissima: “Sta archiviando informazioni che consentono di tracciare con un’approssimazione di poche centinaia di metri gli spostamenti compiuti dai propri clienti negli ultimi due anni”.

Il Guardian spiega che il tracciamento viene effettuato da Virgin Mobile attraverso l’archiviazione dei dati di accesso dell’utente alla rete mobile. Quando questi compie una telefonata, infatti, il sistema registra attraverso quale stazione base si sia “connesso” al network dell’azienda. In questo modo sarebbe possibile, soprattutto nelle città, dove maggiore è la densità di stazioni base, sapere la posizione dell’utente con un’approssimazione di poche centinaia di metri.

La situazione rischia di aggravarsi, tra l’altro, con l’arrivo delle reti di terza generazione che consentirebbero secondo il Guardian di tracciare l’utente con solo un paio di metri di approssimazione.

Secondo il quotidiano inglese, Virgin Mobile avrebbe iniziato a tracciare gli spostamenti dei propri clienti fin dal novembre 1999, quando lanciò i suoi servizi di telefonia mobile. Un’accusa che sembra aver già mobilitato le autorità di garanzia sulla privacy che hanno promesso un’indagine per verificare se quanto compiuto da Virgin Mobile contravvenga alle attuali disposizioni normative.

Sul piano legislativo, le norme britanniche non coprono specificamente le informazioni sugli spostamenti, sebbene si richieda alle aziende di non raccogliere informazioni non necessarie e di non mantenere i dati richiesti più a lungo di quanto necessario per i propri servizi. Una normativa che assomiglia, in questi aspetti, a quella italiana.

Con una certa baldanza, una portavoce di Virgin Mobile ha dichiarato: “Come network virtuale, i dati di localizzazione sono archiviati per nostro conto da One2One. Questi dati sono stati archiviati fin dal momento del lancio, quindi da due anni circa, e per il momento non abbiamo intenzione di distruggerli”. E ha ricordato che i dati raccolti da Virgin Mobile per necessità di bollettazione sono mantenuti fino a sei anni.

Una rapida indagine sugli altri operatori britannici ha messo in evidenza come Vodafone, il maggiore degli operatori britannici, mantenga i dati di fatturazione per un solo anno e al solo scopo di sostenere eventuali inchieste anti-frode della polizia. Orange, altro celebre carrier, non ha voluto dire al Guardian quali dati vengono archiviati ma ha sostenuto che tutte le operazioni avvengono nel rispetto della legge. BT Cellnet, invece, non ha voluto rispondere.


Durissimo il commento sulla policy di Virgin Mobile da parte di Caspar Bowden, ormai celebre direttore della Foundation for information policy research, secondo cui “i dati sensibili che rivelano dove uno si trova e con chi parla potrebbero essere inseriti in database centrali per scopi pubblici, per la sicurezza dello stato o la sanità, per le tasse o crimini minori. Raccogliere i flussi di pensiero della popolazione e farli elaborare da un computer è una buona definizione di stato di polizia”.

La polemica si è arroventata in un momento già delicato per la Gran Bretagna, che sta varando una serie di nuove misure anti-terrorismo che vanno nella direzione di un maggiore controllo, più di quanto stia peraltro già accadendo in Italia . Nei giorni scorsi presso l’Home Office si è tenuto un incontro tra governo e operatori di telecomunicazione proprio per capire quali dati e per quanto tempo, in questi anni, dovranno essere conservati “nell’interesse della protezione della sicurezza nazionale”. Una portavoce dell’Home Office ha spiegato che “quanto stiamo cercando di fare con le imprese è estendere il periodo di tempo nel quale i dati vengono conservati”.

Il problema che si pongono in molti è se il tracciamento possa davvero colpire il terrorismo o non sia destinato a tradursi semplicemente in una nuova batosta per la privacy degli utenti. “I terroristi professionisti sanno come coprire le proprie tracce – ha dichiarato Bowden – per esempio usando telefoni mobili prepagati che poi buttano via. I rapporti sui dirottatori dell’11 settembre indicano che hanno utilizzato email via web da terminali pubblici. Non convince l’idea di sacrificare la privacy nel nome della lotta al terrorismo se queste misure non sono efficaci”.

La questione circa il senso di un “controllo globale” è apertissima e le critiche piovono da molte parti. Ma quanto sta accadendo in Gran Bretagna può davvero destare allarme anche in Italia, uno dei paesi dove maggiore è la popolazione che possiede un cellulare e dove più imponente è l’uso che viene fatto delle comunicazioni mobili.

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01 11 2001
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