Una nuova era di RFID?

Un chip RFID costruito esclusivamente con materiale organico. Costa poco, dura tanto e c'è chi scommette sul suo successo

Roma – È stato definito da molti come una vera e propria rivoluzione nel settore il progetto presentato dalla tedesca PolyIC GmbH , azienda che opera nel settore dei circuiti stampati: in un foglio dimostrativo è stato descritto un nuovo, innovativo, dispositivo di elettronica a base organica per applicazioni RFID.

Non ancora mostrato in pubblico, il dispositivo creato dall’azienda sarebbe il primo transponder organico CMOS in grado di supportare una frequenza pari a 13.56 MHz. Nonostante l’azienda ci tenga a precisare che il dispositivo deve essere ancora perfezionato e ottimizzato, se venisse commercializzato sarebbe una vera e propria rivoluzione: mentre in passato altri costruttori sono riusciti a costruire solo dei tag, ovvero delle etichette, l’azienda teutonica asserisce di aver costruito il primo dispositivo RFID organico.

“Il prototipo è realizzato partendo da un substrato flessibile di poliestere spesso non più di 250 micron” dichiara Robert Blache, a capo dell’equipe che ha presentato l’invenzione. “Oltre alla presenza degli elettrodi, il dispositivo è composto soltanto da strati di molecole organiche depositate tramite la tecnica dello spin coating . Il dispositivo – continua Blache – ha una frequenza di clock pari a 196Hz ad una tensione di alimentazione pari a -20V”.

Stando ai suoi ideatori, una delle carte vincenti del dispositivo sarebbe rappresentata da un livello di deteriorabilità nel tempo molto basso per questo tipo di dispositivi: anche se sprovvisto di incapsulamento, durante i test fatti, il dispositivo ha continuato a lavorare alla frequenza di 13.56 MHz anche dopo 15 mesi di utilizzo, dimostrando che “la vita media del device è sufficiente per essere utilizzato su semplici applicazioni” – commenta Blache.

Secondo alcuni studiosi, il futuro sarà scandito dall’adozione in larghe dosi di dispositivi CMOS organici. Prima, però, bisogna arrivare a degli standard tali da poter rendere tali device appetibili ai vari produttori: attualmente, nonostante la maggiore flessibilità nella produzione, questi dispositivi presentano ancora alcune lacune rispetto a quelli derivati dal silicio. Nonostante ciò c’è chi è pronto a scommetterci su: è il caso di Ananth Dodabalapur, docente presso il Microelectronics Research Center della University of Texas che già nel 2004 si diceva pronto a scommettere su una tecnologia simile.

“Il motivo per cui i dispositivi organici potrebbero penetrare nel mercato è da ritrovarsi soprattutto nel vantaggio di avere un costo basso” ha dichiarato in un’intervista. “Nonostante i chip di silicio siano più performanti, costano molto di più. Ma se si vuole mettere un tag RFID su qualsiasi oggetto, il costo finale aumenta a scapito di chi vende”.

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