USA, scacco matto alla neutralità?

La corte d'appello statunitense invalida parte del pacchetto di regole adottato da FCC per la net neutrality. Lo scontro viene vinto da Verizon, per un difetto nella classificazione dei provider USA
La corte d'appello statunitense invalida parte del pacchetto di regole adottato da FCC per la net neutrality. Lo scontro viene vinto da Verizon, per un difetto nella classificazione dei provider USA

Alla corte d’appello del District of Columbia, una mazzata cala sui principi della cosiddetta neutralità della Rete, regolamentati dalla statunitense Federal Communications Commission (FCC) nel testo noto come Open Internet Order . Una preziosa vittoria per i vertici di Verizon, tra i provider più agguerriti contro quelle regole che vieterebbero attività di discriminazione – se non addirittura di blocco – nell’accesso a piattaforme, servizi e applicazioni sul web.

È questo l’ ultimo capitolo dello scontro sulla net neutrality , con gli alti rappresentanti di FCC accusati di un vero e proprio “abuso di potere” in seguito all’adozione del pacchetto di regole nel dicembre 2010. Verizon – insieme al carrier mobile MetroPCS – aveva denunciato la commissione di Julius Genachowski per aver imposto quelle che sono state definite restrizioni drammatiche alle attività di gestione della rete da parte dei fornitori di connettività . Volendo controllare “tutti gli aspetti dei servizi per l’accesso al broadband”, lamentavano gli operatori, FCC avrebbe assorbito un potere ben al di là delle possibilità di regolamentazione garantite dal Congresso USA.

Alla base della decisione in appello , un vizio formale dell’ Open Internet Order , un problema di classificazione che ha permesso a Verizon di vincere il suo round. Ancor prima di varare il pacchetto di regole sulla neutralità, FCC aveva identificato i vari ISP come servizi d’informazione piuttosto che operatori di telecomunicazione . Quest’ultima classificazione avrebbe certamente facilitato il compito della stessa FCC, perché sarebbe risultato più semplice imporre ai cosiddetti carrier le regole anti-blocco e anti-discriminazione nel traffico web.

In sostanza , i tre giudici d’appello hanno invalidato parte del testo Open Internet Order nel momento in cui FCC ha deciso di non classificare i vari fornitori di connettività (broadband provider) come operatori di telecomunicazione. Questo non significa che l’intero pacchetto di regole risulti nullo, dal momento che ai vari ISP è ancora imposto l’obbligo di rendere trasparenti le policy di gestione dei loro network . Il gruppo di attivisti digitali Public Knowledge ha ora esortato FCC a modificare il testo di regolamentazione per correggere la falla sfruttata da Verizon.

A complicare la faccenda, le recenti dichiarazioni del nuovo chairman di FCC Tom Wheeler, che non trova affatto assurda l’ipotesi che una piattaforma come Netflix possa decidere di pagare per ricevere agevolazioni in termini di banda per la fornitura di servizi di alta qualità ai suoi utenti . Pur considerando il ricorso contro la decisione in appello, i nuovi vertici di FCC potrebbero non assecondare in toto la politica precedentemente adottata da Genachowski, aprendo a nuove frontiere del mercato legato all’accesso al broadband a stelle e strisce.

Mentre Verizon ride di gusto – a suo parere la decisione non modificherebbe in alcun modo le attuali abitudini di navigazione dei netizen, mentre ci sarà più spazio per l’innovazione nel pieno spirito di una Internet aperta – gli attivisti di American Civil Liberties Union (ACLU) hanno espresso più di un dubbio sulle reali intenzioni di FCC, schiacciata da un dibattito politico molto delicato. Avviata sul sito di Free Press , una petizione che chiede alla commissione di Wheeler di riconsiderare gli operatori come servizi di telecomunicazione, per ripristinare le regole sulla net neutrality .

Sul fronte europeo, invece, supportata da varie organizzazioni come EDRi (European Digital Rights), La Quadrature du Net, Access Now, la campagna SaveTheInternet vuole bloccare la bozza legislativa adottata in ambito comunitario per regolamentare l’accesso ai servizi web. Anche nel Vecchio Continente c’è un difetto formale contestato dagli attivisti, dal momento che la Commissione Europea vorrebbe permettere ai vari provider di far pagare per la fornitura di “servizi speciali” . Ma quali servizi vi rientrerebbero? Si teme che gli ISP possano inserire servizi competitor (da Skype a WhatsApp) in questa categoria. Per questo motivo, la campagna SaveTheInternet chiede un emendamento – se non il blocco – al testo legislativo, che sarà votato alla commissione ITRE (Industry, Research and Energy) alla fine del prossimo febbraio.

Mauro Vecchio

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15 01 2014
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