Web e pedopornografia: siamo tutti pedofili?

di Talhita Malagò. Esiste, su Internet, una domanda di materiale pedopornografico che non può essere spiegata come attività esclusiva di un nucleo più o meno numeroso di soggetti pedofili


Roma – “Pedofilia: scoperto in rete maxi traffico internazionale”. “Internet, scacco ai pedofili: in manette otto insospettabili”. “Scoperti siti pedofili con 10 mila abbonati”. L’elenco potrebbe continuare ancora a lungo, ma il risultato non cambierebbe. L’attenzione quasi morbosa con cui i media hanno seguito i casi di pedopornografia in rete, negli ultimi anni, è sempre stata accompagnata da un “luogo comune”. L’idea che la circolazione e lo scambio di materiale pedopornografico siano attività illegali necessariamente riconducibili ad una cerchia di soggetti di facile identificazione e stigmatizzazione: i pedofili.

Vera o presunta, questa teoria non è mai stata messa in dubbio, forse per la facilità con cui ha consentito di spiegare la diffusione di crimini ad elevato allarme sociale, richiamandosi ad una patologia da cui è semplice prendere le distanze e a cui è difficile porre rimedio. Ma se non fosse così?

È proprio da questo dubbio che il mio intervento prende le mosse, per proporre una ricostruzione del fenomeno per molti aspetti diversa. La circolazione e lo scambio di materiale pedopornografico in rete sono diventati una forma di “devianza comune”, non necessariamente collegata ad una patologia clinica, ma prodotta, in molti casi, dall’interazione tra una serie di “motivi”, diversi dalla presenza di una parafilia, ed un insieme di opportunità offerte dalla rete.

Ovviamente, questo non significa negare che una parte di coloro che alimentano la domanda di questi contenuti sia composta da soggetti realmente affetti da pedofilia. Significa semplicemente ammettere che, accanto a veri e propri pedofili, tra le fila della domanda rientrano anche soggetti “normali”, che accedono al mercato della pedopornografia soltanto per curiosità o per trasgressione, e soprattutto per il fatto che la rete ha offerto loro determinate opportunità. Facilità di reperire immagini pedopornografiche, spesso senza la richiesta di un corrispettivo in denaro, garanzia di riservatezza/anonimato nella fruizione del materiale e nella comunicazione, possibilità di entrare a far parte di circuiti di utenti con gli stessi interessi, ne rappresentano solo qualche esemplificazione.


Come ogni tentativo di fornire una spiegazione plausibile di un fenomeno criminale, anche l’ipotesi qui proposta parte dall’osservazione della realtà. Esiste, su Internet, una domanda di materiale pedopornografico “diffusa”; una domanda che, proprio per i suoi livelli di diffusione, non può essere spiegata come attività esclusiva di un nucleo più o meno numeroso di soggetti pedofili.

La presenza di una domanda diffusa è un dato che emerge, in primo luogo, dall’analisi casistica. Quante volte, negli ultimi anni, i media ci hanno messo di fronte a casi di pornografia infantile in rete con centinaia di persone accusate di aver alimentato la domanda di quel materiale? E quante volte i soggetti coinvolti in questi casi appartenevano a cerchie di persone insospettabili ed incensurate?

Italia, ottobre 2000: la procura di Torre Annunziata, a seguito della maxi inchiesta sulla rotta Russia/Italia, emette 831 avvisi di garanzia a carico di altrettanti cittadini italiani, sospettati di aver acquistato in rete foto e video pedopornografici. Altre 760 sono le persone coinvolte in Europa. Nell’ambito della stessa inchiesta, più di 1000 soggetti vengono inoltre indagati per essersi collegati ad un sito trappola a contenuto pedofilo, messo in piedi dalla Polizia Postale e delle Telecomunicazioni.

Stati Uniti, agosto 2001: dopo una lunga indagine dell’FBI, vengono scoperti due siti, “CyberLolita” e “Child Rape”, attraverso i quali una coppia texana diffondeva materiale illegale a 250.000 sottoscrittori in tutto il mondo. Tra questi, solo 100 persone sono state arrestate dalle autorità statunitensi, perchè i rimanenti vivevano al di fuori del territorio USA e pertanto non erano assoggettabili alla giurisdizione americana.

Per sostenere di essere in presenza di una domanda diffusa di materiale pedopornografico in rete, il riferimento ai casi, per quanto utile, risulta tuttavia riduttivo, se non suffragato da precisi riscontri di carattere quantitativo. Ma come fare a “tradurre in numeri” la domanda di materiale pedopornografico on line? Il primo problema che si incontra è senza dubbio rappresentato dalle difficoltà oggettive collegate alla misurazione di qualsiasi fenomeno relativo ad una realtà in continuo movimento come la rete Internet. Un secondo problema, che riguarda più da vicino il tema affrontato, è che i tentativi di quantificazione finora effettuati nel campo della pedopornografia infantile on line hanno riguardato, per lo più, il versante dell’offerta. Con un’unica, importante, eccezione.

Il riferimento corre ad uno studio della Carnegie Mellon University, risalente all’ormai lontano 1995, che merita di essere riportato per il fatto che, già agli albori di Internet, mise in evidenza come, nel più ampio mercato della pornografia in rete, le immagini ritraenti minori in atti sessuali fossero la vera merce rara. Lo studio partì analizzando i messaggi contenenti immagini pornografiche che venivano postati su alcuni newsgroup pubblici accessibili da Internet. Solo in un secondo momento, si concentrò su un campione rappresentativo di BBS ad accesso privato, che i primi risultati dell’indagine avevano indicato come le principali fonti di immagini pornografiche.

Attraverso l’analisi delle record list dei file scambiati, i ricercatori riuscirono a disegnare un quadro preciso del mercato della pornografia, almeno relativamente a quel canale. Mentre l’offerta di immagini hardcore “comuni” superava di gran lunga la rispettiva domanda, ben diversa si presentava la situazione con riferimento al rapporto tra domanda ed offerta di materiale pedopornografico. Non soltanto le immagini pedofile apparivano, insieme a quelle parafiliche, come le immagini più ricercate dai membri delle comunità prese a campione. La disponibilità di queste immagini, nei newsgroup analizzati, risultava inoltre largamente insufficiente a far fronte alla rispettiva domanda.


Prendendo le mosse dalla ricerca della Carnegie Mellon University, mi sono chiesta se fosse possibile sviluppare questo esperimento, per provare l’esistenza, in rete, di una domanda diffusa di materiale pedopornografico. I newsgroup rappresentano, in fondo, soltanto uno dei servizi di comunicazione accessibili da Internet e già il fatto di aderirvi, tanto più se ad accesso privato, è indice di un interesse mirato o implica l’appartenenza ad un circolo più o meno ristretto di navigatori.

La strada che ho scelto è stata, allora, quella di partire dai motori di ricerca. Ma perchè partire proprio dai motori di ricerca? Prima di tutto, per il fatto che essi rappresentano le porte d’accesso al web, il punto di partenza privilegiato per la navigazione dell’utente medio. Secondo, perchè la maggior parte dei motori di ricerca registra e conserva una serie di dati, in grado di fornire indicazioni precise sia sulle ricerche effettuate dagli utenti, sia sui siti indicizzati.

Ricerche degli utenti e siti indicizzati sono state le due direzioni in cui si è sviluppato questo esperimento. E parlo, non a caso, di esperimento. Perchè questo altro non pretende essere se non una prima indagine esplorativa, basata su un approccio metodologico che, per quanto nuovo e pertanto suscettibile di correzioni e critiche, apre prospettive per un’indagine empirica a largo raggio piuttosto affascinanti.

Una prima informazione a cui è possibile risalire, attraverso i dati raccolti dai motori di ricerca, è il numero di richieste effettuate per parola chiave, con riferimento a determinati intervalli temporali. Questo tipo di informazione è molto importante, perchè ci permette di trarre indicazioni precise sulla frequenza di determinate ricerche e, quindi, sulla domanda di determinati contenuti. Il fatto che mp3 e sex abbiano sempre occupato i primi posti nella classifica delle keyword più ricercate nei motori di ricerca in tutto il mondo è stato generalmente interpretato come un segnale dell’esistenza di una domanda elevata, dei materiali collegati a quelle parole, da parte dei navigatori. E allora, perchè non usare lo stesso ragionamento per la domanda di pornografia infantile?
Tra le parole comunemente legate alla ricerca di materiale pedopornografico in rete, le parole “lolita” e “preteen” sono senz’altro tra le più inequivocabili. È proprio sulla ricorrenza di queste keyword che ho interpellato alcuni motori di ricerca italiani, ricevendo subito la piena collaborazione da parte di AltaVista. Ai dati forniti da AltaVista si sono aggiunti quelli del motore di ricerca Godado, in quanto pubblicamente accessibili. I dati raccolti si riferiscono al mese di febbraio 2001.

Relativamente ad AltaVista, dalle informazioni ottenute si possono ricavare due diverse indicazioni. La prima indicazione riguarda la posizione, nella classifica delle parole chiave più ricercate, di parole come “lolita” e “teen”. Nel mese di febbraio, queste parole occupavano posizioni di tutto rispetto, come il 133 ed il 169 posto. Per fare un confronto con altre parole, più generiche e forse meno direttamente legate alla ricerca di materiale pedopornografico, si consideri che “bambini” e “pedofilia” erano invece al 780 e al 786 posto. La seconda indicazione che emerge, sempre con riferimento al mese di febbraio, è che le ricerche effettuate con le keyword “lolita” e “teen” rappresentavano lo 0,172% di tutte le richieste raccolte dal motore di ricerca. Questo significa che quasi 2 ricerche ogni 1000 erano quasi sicuramente orientate al reperimento di pornografia infantile.

Su Godado è stato possibile raccogliere, per lo stesso mese, il numero di richieste effettuate non soltanto con la parola chiave semplice “lolita”, ma anche con parole chiave composte, di cui “lolita” costituiva uno degli elementi. Sommando queste richieste, si è trovato che queste rappresentavano lo 0,152% di tutte ricerche effettuate in quel mese. Si tratta di un dato meno “pesante” rispetto a quello di AltaVista, ma a cui si può cercare, tuttavia, di dare una spiegazione. È ragionevole immaginare che, avendo Godado un canale di ricerca separato per la pornografia, molte delle richieste di materiale pedopornografico siano passate, con ogni probabilità, attraverso quel canale.


Una seconda informazione che è possibile ricavare dai motori di ricerca riguarda le parole chiave usate dai gestori dei siti per promuoversi su un determinato motore. Di regola, nel momento in cui si chiede la registrazione di un sito su un motore di ricerca, al gestore del sito viene richiesto di scegliere una serie di parole chiave in grado di dare indicazioni precise sul contenuto del sito, in modo tale da permettere un’indicizzazione più efficace delle risorse. La scelta di queste parole, che in linguaggio tecnico si chiamano metatag, rappresenta senza dubbio la fase più delicata della promozione sui motori di ricerca, perchè si deve cercare di individuare quelle parole che l’utente utilizzerà nel ricercare i contenuti offerti dal sito che si intende promuovere.

I siti di pornografia adulta sono stati tra i primi a rendersi conto che un buon posizionamento nei motori di ricerca può funzionare come strumento di marketing promozionale. Ma sono stati anche tra i primi a capire che esiste, su Internet, una domanda elevata di materiale pedopornografico: una domanda che, pur non potendo soddisfare, rappresenta comunque un bacino di potenziali utenti. Per questo motivo, si sono attrezzati in modo da rendersi visibili, attraverso i motori di ricerca, proprio a coloro che ricercano pornografia infantile.

Questo, almeno, è quanto ci dice un primo esperimento condotto sui siti indicizzati nel motore di ricerca AltaVista. Il punto di partenza dell’esperimento è il seguente: i metatag con cui, più frequentemente, i siti di pornografia adulta si registrano sui motori di ricerca sono “sex & pics”. Dato questo presupposto, ciò che ho cercato di verificare è quanti siti di pornografia adulta, indicizzati con le parole chiave “sex & pics”, utilizzassero nei propri metatag anche la parola chiave “preteen”, comunemente associata alla ricerca di immagini pornografiche infantili. E il risultato è stato a dir poco sorprendente. Primo perchè, a partire dal 1997, i gestori dei siti a contenuto pornografico si sono progressivamente orientati verso la costruzione di metatag che richiamano parole chiave tipiche dei siti pedofili, vale a dire “sex & pics & preteen”. Si può dire, anzi, che l’utilizzazione di questo tris di parole si sia imposta, negli ultimi anni, come la prassi generalmente seguita dai siti di pornografia adulta, in sede di registrazione nei motori di ricerca. Secondo, perchè la maggior parte di questi siti, nonostante l’utilizzo nei propri metatag di parole legate alla ricerca di materiale “pedofilo”, hanno nella maggior parte dei casi contenuto pornografico e solo raramente pedopornografico.

Il segnale che si ricava da questo primo esperimento è chiaro. Un settore della pornografia, quella adulta, consapevole della domanda elevata di materiale pedopornografico, ha deciso di ingaggiare una lotta contro la “concorrenza” basata su una politica di “sviamento” della clientela. La tendenza, suffragata dai primi dati raccolti, sembra confermata anche dal fatto che il sofisticato marketing dell’eros in rete bombarda i navigatori con banner ed altre forme pubblicitarie “ambigue”, incentrate sulla pedofilia, che alla fine conducono, tuttavia, a siti a contenuto pornografico. Ma anche su questo aspetto, si aprono gli spazi per un’indagine empirica a più largo raggio.


Pedofilia o “devianza comune”? Che cosa c’è dietro al fenomeno criminale della circolazione e dello scambio di materiale pedopornografico in rete?

L’analisi fin qui effettuata ci dice, sia direttamente sia indirettamente, che esiste, in rete, una domanda di immagini pornografiche infantili diffusa. Di fronte a questo segnale, chiedersi se tale domanda debba essere ricondotta solo ed esclusivamente a soggetti pedofili, e non anche a soggetti “normali”, è qualcosa che va al di là di un semplice esercizio intellettuale.

Prima di tutto per le ripercussioni che una ricostruzione nell’uno o nell’altro senso può avere sul piano delle politiche di prevenzione di questo fenomeno criminale.

Se si accetta che per una parte dei navigatori la visione, lo scambio e lo scaricamento di materiale pedopornografico siano diventati una forma di “devianza comune”, forse si dovrebbe iniziare a pensare ad una prevenzione come “riduzione delle opportunità”, che questi soggetti hanno di porre in essere determinati comportamenti illegali. E lasciare in secondo piano la lotta alla pedofilia come patologia parafilica, che trova in luoghi ben diversi dalla rete i suoi canali privilegiati di espressione.

Talhita Malagò

La tua email sarà utilizzata per comunicarti se qualcuno risponde al tuo commento e non sarà pubblicato. Dichiari di avere preso visione e di accettare quanto previsto dalla informativa privacy

  • Anonimo scrive:
    A cosa serve?
    Un motore di ricerca che mi apre 2 popup quando lo carico finisce irrimediabilmente tra le risorse che meno utilizzerò quando sono online.Al di là di questo, non vedo l'utilità della ricerca effettuata.Non mi sembra molto significativo prendere in considerazione i soli domini .it per affermare che "quella" è la fetta rappresentativa del web italiano.La lingua utilizzata mi sembra + appropriato.Esistono infatti una molteplicità di siti che utilizzano altri domini, persino .cc, e la lingua utilizzata è l'italiano.Altri ancora sono italiani ma sono in lingua inglsese, o magari sono presenti + versioni dello stesso sito in lingue diverse.Ripeto: francamente non vedo l'utilità della cosa..
  • Anonimo scrive:
    Ho fatto altre prove. IlTrovatore è cacca.
    E la legge della new-economy e dei portali vi farà chiudere!
  • Anonimo scrive:
    Criterio inesatto
    Non e' detto che una pagina con estensione .html sia necessariamente statica: si puo' benissimo configurare Apache per fargli leggere il codice PHP anche all' interno di una pagina con estensione .html (o qualsiasi altra estensione).
    • Anonimo scrive:
      Re: Criterio inesatto
      Certo, posso configurare Apache come meglio credo. Ad ogni modo, nella configurazione di default, ovvero nella stragrande maggioranza dei casi, le estensioni .htm e html corrispondo a pagine statiche. E' chiaro che posso settare gli AddHandler come voglio, ma molti non lo fanno.Tanto è vero che molti siti php dai motori di ricerca non sono nemmeno presi in considerazione.- Scritto da: Garak
      Non e' detto che una pagina con estensione
      .html sia necessariamente statica: si puo'
      benissimo configurare Apache per fargli
      leggere il codice PHP anche all' interno di
      una pagina con estensione .html (o qualsiasi
      altra estensione).
  • Anonimo scrive:
    dot com
    I Signori forse dimenticano la marea di siti in lingua italiana ma con estensione .com scelta al 99% perchè molto meno "burocratica" da ottenere. Fax? MA che fax? Lettere di responsabilità? E cosa sono?
    • Anonimo scrive:
      Re: dot com
      Salve, Non abbiamo dimenticato le pagine italiane sotto dominio .com. La ricerca,infatti, come chiaramente riportato, si riferisce ai soli siti registrati nel dominio .it.- Scritto da: Minnie
      I Signori forse dimenticano la marea di siti
      in lingua italiana ma con estensione .com
      scelta al 99% perchè molto meno
      "burocratica" da ottenere. Fax? MA che fax?
      Lettere di responsabilità? E cosa sono?
      • Anonimo scrive:
        Re: dot com
        Appunto. Se la ricerca è limitata ai .it non vuol forse dire che vi siete dimenticati del .comForse era meglio una ricerca sui siti in lingua italiana, qualsiasi estensione essi possano avere.
        • Anonimo scrive:
          Re: dot com
          Minnie scrive:
          Appunto. Se la ricerca è limitata ai .it non vuol
          forse dire che vi siete dimenticati del .com
          Forse era meglio una ricerca sui siti in lingua
          italiana, qualsiasi estensione essi possano
          avere.Cara Minnie, è impossibile fare una ricerca su tutti i siti in lingua italiana con tutti i suffissi, capito? Che ne sai quanti siti ci sono in lingua italiana con suffisso .fi (finlandesi) con suffisso .de (tedeschi) con suffisso .es (spagnoli)??
          • Anonimo scrive:
            Re: dot com
            - Scritto da: Hamlet
            Minnie scrive:

            Forse era meglio una ricerca sui siti in
            lingua
            italiana, qualsiasi estensione essi
            possano
            avere.

            Cara Minnie, è impossibile fare una ricerca
            su tutti i siti in lingua italiana con tutti
            i suffissi, capito? Se selezioni "Pagine in Italiano" con Google, ti trova i siti in lingua italiana, indipendentemente dall'estensione.Se ci riesce, vuol dire che e' possibile farlo!
          • Anonimo scrive:
            Re: dot com
            Beh, allora non puoi dire di aver musurato tutto il web italiano. E come se x misurare il mercato dell'auto in Italia contrassi solo quelli che hanno modelli nazionali. E quelli che girano in BMW o Renault?Io ho registrato a mio nome 12 domini, nemmeno uno è .it
      • Anonimo scrive:
        Re: dot com
        - Scritto da: IlTrovatore
        Non abbiamo dimenticato le pagine italiane
        sotto dominio .com. La ricerca,infatti, come
        chiaramente riportato, si riferisce ai soli
        siti registrati nel dominio .it.Allora non e' il "Web Italiano"!E' il Web del dominio .IT Per Web Italiano, io intendo tutti i siti in italiano riguardanti cose o persone italiane.
  • Anonimo scrive:
    Ma non era più semplice...
    ...chiederlo a Google? Che è da anni che indicizza anche le pagine dinamiche (asp, php, etcc..) e adesso anche i PDF(!)????
    • Anonimo scrive:
      Re: dimenticavo...
      .... Goggole in italiano.
    • Anonimo scrive:
      Re: Ma non era più semplice...
      Salve,Nonostante l'indiscutibile efficienza di Google, il noto motore di ricerca non attualmente in grado di coprire in modo esaustivo i siti nel dominio .it. Da nostri test, infatti, è risultato che il database di Google, per quanto concerne i siti .it, contiene circa un terzo delle pagine indicizzate da IlTrovatore.Il test, verificabile da tutti in prima persona, consiste nell'effettuare la ricerca di un qualsiasi termine limitandola ai siti .it.Ad esempio:Keyword RomaRisultati:Google: Google ha cercato roma site:.it nell'intera rete mondiale. Risultati 1 - 10 di circa 106,000 IlTrovatore: pagine 1284064, siti 27727 - Scritto da: mah
      ...chiederlo a Google? Che è da anni che
      indicizza anche le pagine dinamiche (asp,
      php, etcc..) e adesso anche i PDF(!)????
      • Anonimo scrive:
        Re: Ma non era più semplice...
        - Scritto da: IlTrovatore
        Salve,
        Nonostante l'indiscutibile efficienza di
        Google, il noto motore di ricerca non
        attualmente in grado di coprire in modo
        esaustivo i siti nel dominio .it.Mmmm... ho provato a cercare il nome di mia Moglie (per le graduatorie di insegnamento): virgilio trova un sito, il trovatore no.Quindi non lo bookmarco. 8)
      • Anonimo scrive:
        Re: Ma non era più semplice...
        - Scritto da: IlTrovatore
        Salve,
        Nonostante l'indiscutibile efficienza di
        Google, il noto motore di ricerca non
        attualmente in grado di coprire in modo
        esaustivo i siti nel dominio .itHo fatto due prove cercando innanzitutto il mio nome e cognome, e poi il titolo di uno dei siti che ho fatto, col vostro motore e con Google (selezionando "cerca pagine in italiano").Ovviamente ho trovato cio' che cercavo solo con Google, dato che entrambi i siti sono registrati sotto .COM.Non voglio certo mettere in dubbio l'efficenza del vostro motore, per giudicare la quale ci vorrebbero ben piu' di un paio di prove al volo, giudico semplicemente errata la scelta di classificare i siti in base all'estensione di dominio.Quando un utente medio cerca un "sito italiano" se ne frega dell'estensione, cerca semplicemente un sito nella sua lingua.Ecco perche' in questo caso Google ha funzionato meglio, ha scelto il criterio giusto di classificazione.
Chiudi i commenti