Adblocking, ce n'è per tutti i gusti

Dalle fronde più radicali, con fornitori di connettività che paventano blocchi a livello di rete, ai propositi di trasparenza, con AdBlock Plus e la promessa di una valutazione indipendente per la pubblicità che può filtrare. La battaglia per l'attenzione degli utenti infuria
Dalle fronde più radicali, con fornitori di connettività che paventano blocchi a livello di rete, ai propositi di trasparenza, con AdBlock Plus e la promessa di una valutazione indipendente per la pubblicità che può filtrare. La battaglia per l'attenzione degli utenti infuria

Il mercato dell’adblocking, soprattutto dopo la presa di posizione di Apple che con iOS9 ha aperto agli svilppatori la possibilità di sviluppare strumenti per arginare la pubblicità, è magmatico, esplosivo: proposte arrembanti di blocchi generalizzati e soluzioni di business stratificate per bloccare gli adblocker si affiancano alle strategie più mature e moderate dei soggetti che da tempo cercano un business per i loro filtri.

La sbornia degli adblocker per iOS si sta già riassorbendo (e non sorprende, data la grossolanità di certe soluzioni), ma il parapiglia mediatico è nel pieno. È in questo contesto che fa capolino la proposta di un operatore mobile: Digicel, che fornisce i propri servizi di connettività mobile sul mercato caraibico, ha annunciato di essere al lavoro per implementare una tecnologia di adblocking a livello di network , capace di escludere tutto l’advertising dal caricamento, e dal piano dati dei propri clienti. L’obiettivo è quello di ottenere accordi di revenue sharing per l’advertising con colossi come Google, Facebook e Yahoo, denari da investire per sviluppare un’infrastruttura capace di abbattere il digital divide nelle aree servite. La tecnologia è quella di Shine, startup israeliana che avrebbe già preso contatti con un operatore europeo per ora rimasto innominato. La riuscita del piano è dubbia: sequestrare il traffico pubblicitario a livello di network, per di più di default, viola i principi della neutralità della rete, come avevano ricordato le autorità francesi al provider Free, che nel 2013 si erano imbarcati in un piano analogo. Ma non in tutto il mondo la neutralità è legge.

Diverso invece è il caso degli adblocker che agiscono a livello di browser, la cui azione è finora stata accettata dai tribunali , anche sulla base di una diffusione ancora poco incisiva , checché ne dicano i numeri dell’industria di settore: l’ennesima conferma viene dalla giustizia tedesca, che ha stabilito la legittimità dell’operato del solito Adblock Plus e della sua policy che lascia filtrare i soli Acceptable Ads, lista sulla quale si giocano gli introiti del servizio. È noto che soggetti come Google, Microsoft e Amazon abbiano da tempo accantonato le polemiche sulle dinamiche estorsive della partecipazione alle liste e contribuiscano alla causa dell’azienda con denari e proposte in vista di una Rete popolata di pubblicità che non sia d’intralcio, fra cui è naturalmente compresa la propria. Adblock Plus è uno degli attori più in vista del settore e ha dal canto suo annunciato la nomina di una commissione indipendente che tracci il discrimine tra ciò che si possa considerare advertising accettabile e ciò che invece sia da includere nelle liste nere dei blocchi. È poi con la massima trasparenza che comunica altresì di voler supportare con denaro sonante i concorrenti che scalgano di implementare le propie liste: ecco che quello che nei giorni scorsi sembrava un tentativo sotterraneo di far crescere il proprio potere negoziale nei confronti dagli operatori dell’advertising diventa un vanto, nell’ottica di un’iniziativa open volta a conquistare una Rete migliore. Il mercato sembra già rispondere .

Quello che i più avveduti servizi di adblocking hanno imparato ad usare come leva per comunicare il proprio ruolo è l’obiettivo di una rete sollevata dal peso di un advertising che dilata i tempi di caricamento , di una Rete meno tracciante, come invocano da tempo attivisti e soggetti come Mozilla , come suggerisce da tempi recenti anche Apple, che si colloca esattamente nel mezzo fra le istanze degli utenti e quelle degli editori, proponendo la possibilità di sviluppare e adottare servizi di adblocking proprio mentre presenta al mondo una piattaforma su cui gli editori possono proporre i loro servizi supportati dalla pubblicità e non devono temere blocchi pubblicitari proprio perché Apple ne reclama una percentuale.
Anche gli operatori dell’industria dell’advertising, evidentemente compreso che il fenomeno non si estinguerà definitivamente in una battaglia di codice fra adblocker e blocker per adblocker , sembrano iniziare ad accettare la prospettiva di un cambiamento : “Abbiamo infarcito l’esperienza dell’advertising e le pagine Web con ogni tipo di strumento di analytics e pixel e tag e tutti questi tipi di cose – ha ammesso di recente il CEO di IAB Randall Rothenberg in una intervista rilasciata al Wall Street Journal – Questo è un aspetto che l’industria di settore può e dovrebbe affrontare”.

Gaia Bottà

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05 10 2015
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