Android, effetto antitrust: ecco quanto costerà

Adottare la suite Google sui terminali Android avrà un costo che può arrivare a 40 dollari: cosa significherà ciò per l'ecosistema Android?

Android, effetto antitrust: ecco quanto costerà

C’è stato un tempo in cui, sebbene Android fosse formalmente gratuito per tutti i produttori, c’era chi sosteneva che in realtà il sistema operativo contenesse dei costi nascosti. La situazione è emersa ora a seguito della sentenza dell’antitrust europea che ha imposto una scissione tra il sistema operativo e la suite di app di Google: un documento di cui è entrato in possesso The Verge mette nero su bianco i costi che ora i produttori dovranno sostenere se intendono proseguire con il pacchetto attuale, dando così inizio ad un vero e proprio nuovo capitolo della storia di Android (e di Google) sul mercato mobile.

La sentenza e le conseguenze

La sentenza della Commissione Europea (oltre 4 miliardi di euro contro i quali Mountain View è già ricorsa in appello) ha imposto a Google di interrompere le pratiche con cui di fatto imponeva ai produttori l’uso delle proprie app su Android. D’ora innanzi, quindi, decadono le clausole che creavano questo sistema ed i produttori hanno mani libere. Avere le mani libere significa per Google non poter più ricreare quel contesto ideale per la monetizzazione dell’utente, cosa che consentiva a Google di offrire gratuitamente l’uso di Android in cambio dell’uso di Google come motore di ricerca standard e Chrome come browser precaricato.

Secondo quanto emerso, i produttori potranno ancora continuare con questo tipo di condizioni: coloro i quali non sfrutteranno il motore di ricerca e il browser secondo quanto indicato da Google, dovranno rinunciare agli introiti legati agli accordi per la raccolta pubblicitaria. Insomma: i produttori potranno sì dover sostenere dei costi aggiuntivi, ma potranno altresì concordare con Google specifici accordi per spuntare migliori condizioni rispetto a quanto non succedeva prima. E potranno inoltre scegliere di non siglare tali accordi, pur tenendosi Android, ma avendo la possibilità di scegliere altre app, altri motori di ricerca e altri browser.

Liberi tutti, quindi. E ognuno sta mettendo mano alla calcolatrice per capire ora quali siano i nuovi equilibri tra costi e benefici nei rapporti con Google. Tra i benefici c’è un importante aspetto da considerare: parte della suite Google v’è anche il marketplace Google Play, laddove sono custodite tutte le app che in questi anni hanno reso valida e ricca l’esperienza utente su Android.

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I costi

Secondo quanto appreso da The Verge, a partire dal 1 febbraio 2019 i produttori potranno arrivare a pagare fee da 2,5 dollari a 40 dollari per singolo device, in base al tipo di dispositivo ed al paese di distribuzione. Il dispositivo sarà “pesato” in base ai ppi: non è semplice capire perché si siano scelti i ppi come parametro di misurazione, ma è presumibile che la loro proporzionalità con il prezzo del device sia un modo per parametrare la fee al prezzo sul mercato del dispositivo.

Il costo prevede l’utilizzo della suite Google Mobile Services, comprensiva di:

  • Ricerca Google
  • Google Chrome
  • YouTube
  • Google Play Store
  • Google Drive
  • Gmail
  • Google Maps
  • Google Foto
  • Google Play Music
  •  altre app minori

Questa fino ad oggi la descrizione della suite da parte di Google:

L’Android Open Source Project (AOSP) offre funzionalità comuni a livello di dispositivo, ad esempio servizi email e chiamate, ma i servizi GMS non ne fanno parte. I servizi GMS sono disponibili soltanto tramite una licenza rilasciata da Google e offrono una serie completa delle app più usate e servizi basati sulla cloud.

Inoltre, la descrizione aggiungeva un dettaglio che ora dovrà mutare: “l’installazione dei servizi GMS sui dispositivi non prevede alcun costo di licenza“.

Regno Unito, Svezia, Germania, Norvegia e Olanda saranno i paesi con i costi maggiori; i device di alta fascia che superano i 500 ppi avranno in tal caso un costo di accesso alla suite Google pari a circa 40 dollari; nella fascia tra 400 e 500 ppi il costo scende a 20 dollari. Su queste cifre dovranno ora decidere (e discutere) ognuno dei molti partner fin qui affiliati.

Interessante è notare come il costo sia per molti versi simile a quei 25-50 dollari che a suo tempo Microsoft imponeva ai partner per l’adozione di Windows Phone sui terminali: la commistione tra il costo per la licenza OEM e la scarsità di app sul marketplace innescò una spirale negativa che pose fine all’avventura mobile del sistema operativo di Redmond.

Google Mobile Services

Cosa potrebbe succedere?

Superficialmente si potrebbe pensare che il costo di accesso alla suite Google possa essere scaricata sugli utenti, con un rialzo del prezzo dei device di qualche decina di euro: tale soluzione appare però improbabile, poiché penalizzerebbe i dispositivi e la concorrenza tra i produttori limiterebbe in ogni caso tale effetto. Inoltre Google Play è oggi un elemento troppo importante per potervi rinunciare, così come Google non può rinunciare alla pletora di partner che oggi lo ospitano: il mutuo interesse escluderà la possibilità di scossoni di breve e medio periodo.

Si potrebbe altresì pensare che Google, rivedendo i propri contratti di condivisione degli introiti pubblicitari, possa in qualche modo coprire il costo di accesso alla propria suite di app: così facendo, almeno nel breve periodo, la falla potrebbe essere coperta e Google dovrebbe scontare semplicemente introiti parzialmente ridotti pur mantenendo la propria egemonia sul mobile.

Non è da sottovalutare però il fatto che tale dissesto imposto dalla Commissione Europea alla situazione antecedente non possa aprire opportunità a nuovi attori del mercato, Microsoft in primis: Bing potrà giocarsi le proprie carte con qualche produttore? Edge potrà tentare il colpo gobbo su Chrome? Una eventuale suite Microsoft potrebbe offrire in mobilità un’esperienza tale da mettere in discussione la presenza delle app Google? E Mozilla che farà?

Le conseguenze nell’immediato sono difficilmente prevedibili, ma l’obiettivo della Commissione Europea è di lunga gittata: garantire concorrenzialità significa liberare il mercato da quei vincoli che possano cristallizzare le posizioni dominanti fino ad estenderle su mercati collaterali. Il dominio di Android è stato visto come lo strumento utilizzato da Google per consolidare la propria posizione al di là dei propri – innegabili – meriti e questo ha portato le istituzioni europee alle maniere forti.

A suo tempo il ballot screen scatenò una reazione a catena che portò alla rapida sostituzione di Internet Explorer con il nuovo Chrome: tocca ora a Google mostrare i muscoli per evitare che le decisioni dell’antitrust possano mettere in discussione quel che è stata fino ad oggi la suite di servizi Google in ambito mobile: l’egemonia si può difendere, ma ora il gioco avrà nuove regole.

Fonte: The Verge

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