Anthropic rivela quali lavori sono più a rischio per colpa dell'AI

Anthropic rivela quali lavori sono più a rischio per colpa dell'AI

Anthropic pubblica una nuova metodologia che usa i dati reali di utilizzo di Claude per misurare quali lavori sono più esposti all'AI.
Anthropic rivela quali lavori sono più a rischio per colpa dell'AI
Anthropic pubblica una nuova metodologia che usa i dati reali di utilizzo di Claude per misurare quali lavori sono più esposti all'AI.

Programmatori al primo posto, baristi e cuochi tra gli ultimi. Anthropic ha pubblicato una nuova metodologia per misurare l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione, e la novità non è la classifica in sé, liste di mestieri minacciati dall’AI ne escono una al mese, ma il modo in cui è stata elaborata. Per la prima volta, un’azienda AI usa i dati reali di utilizzo del proprio prodotto, non solo le capacità teoriche dei modelli, per capire quali sono i lavori davvero esposti.

Programmatori in cima, baristi al sicuro: la mappa dei lavori a rischio AI secondo Anthropic

La maggior parte delle analisi sull’impatto dell’AI sul lavoro parte da una domanda semplice: l’AI è in grado di svolgere i compiti di questo mestiere? Se sì, il mestiere è a rischio. Ma Anthropic fa notare che c’è una differenza enorme tra quello che l’AI può fare in teoria e quello che le persone le fanno fare nella pratica.

Alcune attività teoricamente possibili possono non apparire nell’utilizzo reale a causa dei limiti del modello. Altre possono diffondersi lentamente per vincoli legali, requisiti software specifici, passaggi di verifica umana o altri ostacoli, spiega l’azienda. In altre parole: che un chatbot possa tecnicamente scrivere codice non significa che le aziende stiano effettivamente sostituendo i programmatori con i chatbot. Almeno non ancora, e non completamente.

La nuova metodologia di Anthropic incrocia due tipi di dati: la capacità teorica dell’AI di automatizzare le attività di un mestiere, e i dati reali di utilizzo provenienti da Claude e dall’API di Anthropic. Il risultato è una mappa che mostra, mestiere per mestiere, lo scarto tra esposizione teorica e esposizione reale.

La classifica: chi rischia di più, e chi di meno

Al primo posto ci sono i programmatori informatici, seguiti dagli addetti al customer care. Non sorprende, la scrittura di codice e la gestione delle richieste dei clienti sono tra gli usi più frequenti dei chatbot AI.

In fondo alla classifica, nella fascia che rappresenta il 30% dei lavoratori, ci sono i mestieri le cui attività compaiono troppo raramente nei dati di utilizzo per essere considerate a rischio. Cuochi, meccanici di motociclette, bagnini, baristi. Lavori dove le mani, il corpo e la presenza fisica contano più della capacità di elaborare testo.

Un sismografo, non una sfera di cristallo

Anthropic non pretende che la sua metodologia intercetti tutti i modi in cui l’AI potrebbe ridisegnare il mercato del lavoro. Ma spera che possa funzionare come un sistema di allerta precoce.

L’azienda paragona l’impatto dell’AI sul lavoro non a uno choc improvviso come il COVID, ma a trasformazioni graduali come quelle provocate da Internet o dal commercio con la Cina, cambiamenti profondi ma lenti, che si dispiegano nel corso degli anni, e che spesso diventano visibili solo quando è troppo tardi per prepararsi.

Che sia Anthropic a pubblicare questa analisi, un’azienda che vende la tecnologia che sta causando queste perturbazioni, aggiunge un livello di complessità. Ma se i dati sono solidi, la fonte conta meno del messaggio. L’AI sta già cambiando il mercato del lavoro, e capire come e dove, è meglio che aspettare di scoprirlo a cose fatte.

Fonte: Anthropic
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Pubblicato il
6 mar 2026
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