Apple risponde alle accuse di evasione fiscale

Paghiamo regolarmente le tasse, creando occupazione e valore economico. Parola di Tim Cook. Che propone una riforma fiscale per agevolare il rientro dei capitali. Nel frattempo l'Irlanda si chiama fuori dalla polemica
Paghiamo regolarmente le tasse, creando occupazione e valore economico. Parola di Tim Cook. Che propone una riforma fiscale per agevolare il rientro dei capitali. Nel frattempo l'Irlanda si chiama fuori dalla polemica

Al cospetto dei senatori statunitensi il CEO di Apple Tim Cook è stato chiaro , ai limiti del sibillino. “Paghiamo tutte le tasse che ci spettano, ogni singolo dollaro. Rispettiamo la legge e il suo spirito e non dipendiamo in alcun modo da trucchetti fiscali”. Dopo la pubblicazione del rapporto sulle pratiche finanziarie del colosso di Cupertino, Cook ha difeso la sua azienda dalle accuse di evasione fiscale sul totale dei ricavi raccolti al di fuori della giurisdizione a stelle e strisce.

Nel corso della sua audizione a Washington il CEO ha sottolineato come Apple abbia già versato un totale di 6 miliardi di dollari al fisco nell’anno 2012. In particolare, Tim Cook ha insistito sul grande valore economico ed occupazionale apportato dalla sua azienda al mercato statunitense, con la creazione di circa 300mila posti di lavoro . Per il senatore democratico Carl Levin, l’azienda di Cupertino avrebbe evitato un maxi-versamento da 9 miliardi di dollari con lo sfruttamento di scappatoie legali verso le società sussidiarie in terra irlandese.

Un riferimento esplicito alla società Apple Operations International (AOI), che secondo il rapporto del Senato statunitense fungerebbe da scatola vuota con sede nella città irlandese di Cork, una corporation nata 30 anni fa e senza nessun impiegato o presenza fisica. Per il senatore repubblicano John McCain – che ha approfittato del momento per chiedere lumi tecnici sull’aggiornamento delle app su iPhone – il 95 per cento della gestione ricerca e sviluppo di Apple avviene sul suolo statunitense . Mentre in Irlanda questa stessa percentuale scende drasticamente ad un solo punto.

In difesa di Apple , il senatore del Kentucky Rand Paul ha puntato il dito contro l’aggressività mostrata a Washington nei confronti di uno dei successi aziendali più clamorosi della storia statunitense. Un vero e proprio “teatro dell’assurdo”, con una sceneggiatura che dovrebbe basarsi sulla riforma di un “sistema fiscale sbagliato” e non sulla persecuzione di una società che crea occupazione e paga miliardi di dollari al Tesoro . Lo stesso Cook ha ribadito la sua proposta di modifica al tax code a stelle e strisce.

Con un regime di tassazione fissato al 35 per cento, Cook non vuole certo smettere di versare liquidità al fisco USA: “Non sto proponendo un tasso zero – ha spiegato il CEO della Mela – La mia proposta si basa sull’introduzione di un regime ragionevole che permetta di riportare indietro il denaro dai paesi oltreoceano”. Apple è infatti accusata di aver creato conti oltreconfine per depositare oltre 100 miliardi di dollari .

Mentre il premier britannico David Cameron auspica “una soluzione globale” al problema creato dai grandi colossi del web – anche Amazon e Google sono finite sotto la lente delle autorità d’Albione – il deputy prime minister irlandese Eamon Gilmore ha negato la stipulazione di accordi speciali tra il fisco locale e le varie tech company. “È un problema che dovrebbe innanzitutto essere risolto nelle singole giurisdizioni nazionali”, ha concluso Gilmore in un suo intervento a Bruxelles.

Mauro Vecchio

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23 05 2013
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