Canada, arrestato ai confini per una password

Un uomo ritorna a casa da un viaggio all'estero e gli agenti di frontiera lo arrestano appena arrivato all'aeroporto: si è rifiutato di fornire la password di accesso al cellulare. Sicurezza nazionale batte privacy, anche in Canada

Roma – Spiacevole avventura nelle maglie della legge della sicurezza nazionale per il cittadino canadese Alain Philippon, residente nel Quebec e di ritorno a casa da un viaggio nella Repubblica Dominicana, arrestato all’Halifax Stanfield International Airport per essersi rifiutato di fornire il codice di accesso al suo cellulare.

Gli agenti della Canadian Border Services Agency (CBSA) volevano “ispezionare” il telefonino, ma Philippon si è opposto proteggendo quella che a suo dire era semplicemente riservatezza su informazioni personali.

Dalla CBSA è arrivata la conferma del fermo di Philippon, con la motivazione che l’uomo ha “intralciato” l’ispezione degli agenti secondo quanto stabilisce la sezione 153.1 del Customs Act canadese. La legge autorizza gli agenti a perquisire qualsiasi oggetto elettronico e non in entrata nel paese, e ora il recalcitrante Philippon rischia la galera e una multa compresa fra i 1.000 e i 25.000 dollari.

Stando ai portavoce di CBSA, gli agenti sono addestrati a valutare attentamente quei casi in cui sia opportuna un’ispezione più approfondita rispetto al solito. La vicenda di Philippon e della password negata rappresenta un caso sin qui inedito per il Canada.

Non che gli zelanti agenti di CBSA siano i soli a non farsi scrupoli quando si tratta di violare la privacy dei cittadini in entrata dagli aeroporti: negli USA, dove pure il Quinto Emendamento della Costituzione dovrebbe difendere dalle perquisizioni immotivate e indiscriminate, la dogana ha entrambe le mani occupate a rovistare in PC, cellulari e quant’altro, e il RIPA Act britannico obbliga espressamente a consegnare le password agli inquirenti.

Alfonso Maruccia

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