Frontiere USA, la perquisizione è a discrezione

Le pratiche dei doganieri sarebbero perfettamente legali, liberi di controllare computer e smartphone di ogni individuo senza bisogno di mandato o valide ragioni
Le pratiche dei doganieri sarebbero perfettamente legali, liberi di controllare computer e smartphone di ogni individuo senza bisogno di mandato o valide ragioni

Non c’è privacy che tenga quando si tratta di entrare nel territorio statunitense, per questo i doganieri possono perquisire, controllare, visionare e anche tenere il materiale ritenuto potenzialmente sospetto rintracciato su laptop, smartphone, tablet o altri dispositivi mobile. A decretarlo è la sentenza del giudice distrettuale di New York Edward Korman, che in nome della sicurezza nazionale mette al confino qualsiasi diritto individuale nonché il Quarto Emendamento, che vieta perquisizioni, arresti e confische senza un valido motivo.

La decisione mette provvisoriamente fine alla querelle scoppiata nel 2010 dopo l’arresto di Pascal Abidor , 26enne ricercatore allora alle prese con la tesi di laurea dedicata al movimento sciita in Libano, bloccato alla frontiera durante il viaggio in treno da Montreal a New York, dove stava andando a trovare i genitori. Ammanettato e tenuto in carcere per tre ore, Abidor fu costretto a rivelare la password del proprio PC, dove furono trovate immagini dei militanti di Hamas e Hezbollah, subendo un controllo totale dei propri documenti, inclusi i messaggi scambiati con la sua ragazza. Una volta liberato, inoltre, ha dovuto attendere undici giorni prima di rientrare in possesso del suo computer portatile.

A sostenere le ragioni dello studente è stata l’American Civil Liberties Union (ACLU), una delle associazioni più agguerrite nella lotta per la difesa dei diritti dei cittadini, che ha intentato causa contro lo United States Department of Homeland Security (DHS) per aver violato la privacy di Abidor. Ora deve incassare un verdetto contrario ma non totalmente inatteso. “I controlli e le perquisizioni sono parte dell’aggressiva politica su larga scala voluto dal governo Obama che, con la scusa della sicurezza, consente di raccogliere informazioni su persone innocenti che non hanno commesso nessun reato”, ha commentato l’avvocato dell’ACLU Catherine Crump, mentre per bocca di Peter Boogard, portavoce del DHS, gli accusati si difendono sostenendo che si tratta di “controlli essenziali per far rispettare la legge e proteggere il popolo americano”.

Con le associazioni sul piede di guerra per tutelare la privacy dei viaggiatori, il giudice Korman ha stabilito che il Quarto Emendamento non ha diritto di esistere alla frontiera, affermando che quando si mette piedi in altri paesi si devono prevedere eventuali restrizioni, citando come esempio il caso di David Miranda, trattenuto in carcere per nove ore nel corso di una sosta nell’aeroporto londinese di Heathrow, solo perché compagno di Gleen Greenwald, fra le voci più importanti del Datagate. In aggiunta, il giudice ha posto l’accento sull’improbabilità del pericolo del fermo per un viaggiatore, asserendo che tra l’ottobre 2008 e il giugno 2010 solo 6.500 persone sono state bloccate presso le varie frontiere statunitensi, punto di transito ogni giorno per oltre un milione di persone. Con la vicenda che sta tenendo banco sui media americani, l’unica certezza è che questo sia il primo round di un lungo braccio di ferro: ACLU è intenzionata a ricorrere contro la decisione di Korman.

Alessio Caprodossi

Link copiato negli appunti

Ti potrebbe interessare

Link copiato negli appunti