Elogio della quantità

di M. Calamari - Cronaca dei tempi che furono e non ci sono più. Quelli in cui chi era in grado di analizzare la realtà e criticarla aveva un peso. Oggi, ahimè, a parola prevarica il pensiero
di M. Calamari - Cronaca dei tempi che furono e non ci sono più. Quelli in cui chi era in grado di analizzare la realtà e criticarla aveva un peso. Oggi, ahimè, a parola prevarica il pensiero

Cercare i motivi degli avvenimenti è un antico sport che può portare molto lontano, e giungere a conclusioni che in un certo senso sorprendono anche il viaggiatore che vi si cimenta, e talvolta lo lasciano addirittura perplesso sui risultati raggiunti.

Arrivare a cause profonde, magari aiutati dall’esperienza di vivere in situazioni globalizzate (una volta si sarebbe detto “a contatto con gente di altri paesi”, ma il lessico si deve adattare ai tempi) può lasciare davvero il dubbio di pensare delle idiozie.
Mai il bello di aver raggiunto una certa età è che in questi casi chi ti meleggerebbe rinuncia, attribuendo il tutto ad un inizio di rincoglionimento, mentre chi è aperto alla discussione ne è invece incoraggiato.

Nelle abitudini di pensiero della maggioranza degli abitanti di questo paese pare scomparsa una categoria una volta non dominante ma purtuttavia diffusa e rispettata: quella della quantità. In ambienti più intellettuali una questione apparentemente simile è stata dibattuta per secoli, la dicotomia e la prevalenza del pensiero umanistico su quello scientifico. Senza volersi addentrare in un così alto dibattito, possiamo limitarci a ricordare che da Croce in poi il fenomeno dell’umanesimo prima di tutto in Italia ha preso il sopravvento.

In un modo abbastanza ipocrita gli scienziati più mediaticamente spendibili vengono comunque parificati a umanisti di grido calciatori o veline, e possono essere anche loro celebrati, ma i ragazzi e le ragazze che studiano da geometra o da ingegnere sono magari appetiti da mamme in cerca di buoni generi e nuore, ma si ritrovano in secondo ordine (e si sentono tali) in una generica discussione “intellettuale”. Appena si toccano argomenti scientificamente bene inquadrati anche se controversi, (dall’energia nucleare al petrolio) scattano meccanismi molto comuni di rifiuto della scienza in quanto cattiva maestra e responsabile dei tanti mali odierni. Ma anche questo dibattito è ancora troppo alto per queste pagine, quindi scendiamo ancora più “terra-terra”.

Un continuo allenamento alla dialettica a tutti i costi, alla polemica, al pensiero astratto ma non scientifico, porta alla scomparsa di una categoria che qualsiasi casalinga è abituata ad usare quotidianamente, anche se in modo primitivo: quella della quantità. La quantità, che è definita dall’atto del misurare o del contare, ed è enormemente potenziata dalla matematica, dalla geometria, dalla fisica e da altri antichi strumenti intellettuali “scientifici”, e ha guidato lo sviluppo di quasi tutto quello che ci circonda, con gli effetti, positivi e negativi, che ne derivano.

Bene, proprio l’essere abituati a ragionare quantitativamente introduce nella mente e nella percezione del mondo, del sè e degli altri, certi “automatismi” tra cui la logica della non contraddizione e la memoria di quando detto o fatto in passato. In presenza anche solo di uno di questi automatismi, o meglio di questi strumenti intellettuali, diventa facilissimo evitare le più primitive e brutali forme di manipolazione tanto comuni in questi giorni, caratteristiche di una società ancora largamente informata tramite la televisione o equivalenti mezzi di broadcast unidirezionale come giornali e riviste.

La visione di una sola trasmissione “di approfondimento” consentirebbe di riconoscere in due frasi consecutive di un politico, di un’opinionista o di un intellettuale (qualsiasi cosa significhino i tre sostantivi precedenti) frequenti ed evidenti contraddizioni, presenti non solo tra enunciati consecutivi ma anche tra l’enunciato ed il vissuto. L’uso di un minimo di memoria permetterebbe di riconoscere in maniera certa e banale ribaltoni di posizioni politiche od intellettuali, che una volta sarebbero state esse stesse argomento di dibattito, ma che oggi sembrano piuttosto semplici artifici dialettici, accettati e condivisi, anzi naturali e nemmeno degni di nota.

Non è un caso che nei paesi europei ed extra-europei dove la cultura scientifica non solo non è stata mai messa in Croce ma viene diffusa, rispettata e non ultimo pagata, gli stessi strumenti di manipolazione dell’opinione pubblica sono molto meno efficaci. Il sapere i numeri di un politico non solo interessa ma è un diritto esercitato, e anche una piccola disonestà come uno scontrino infilato in un rimborso spese, o due spezzoni di intervista in cui ci si contraddice, sono abbastanza per giustificare le dimissioni o il ritiro da una corsa elettorale. Ovviamente gli imbroglioni, i corrotti, i mentitori esistono anche li, ma devono stare attenti a non farsi scoprire, altrimenti hanno chiuso. Nel nostro Paese invece possono stare a galla con la massima tranquillità, continuando magari a definirsi ed essere considerati “intellettuali”, purchè dicano la battuta giusta al momento giusto nel posto giusto.

Non si può certo attribuire la responsabilità di questa situazione esclusivamente a chi ha avuto in mano le leve dei ministeri competenti in tema di istruzione, la cui tipologia è stata la più varia. Ci deve essere una ragione più profonda, un genotipo, un meme contagioso.

L’informatica e la Rete hanno dapprima attenuato questo fenomeno tipicamente italico; richiedendo abilità logico-matematiche, pensiero sequenziale e deduttivo hanno permesso ad una generazione di persone dotate di preparazione scientifica una temporanea rivincita. Ma oggidì l’informatica si è trasformata da computer a prodotti di consumo, il relativo lavoro si è trasferito in altri continenti ed i giovani che da un temperamento scientifico avrebbero tratto vantaggio, sia intellettuale che economico, si sono aggiunti alla schiera di precari operatori di help-desk, visto che l’utente medio di oggetti informatici tratta portatile e smartphone più come animaletti da addomesticare che come macchine dotate di logica e struttura interna.

E questa transizione, consumatasi in pochi annui, sarà colpa della Globalizzazione o di un assaggio Maya della fine del mondo? O semplicemente la mia generazione si è dimenticata (o non è riuscita) a trasmettere quello che aveva (talvolta) così ben afferrato?

Marco Calamari
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16 12 2011
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