Change.org, raccolta firme contro sé stesso

I dipendenti di Change.org firmano una lettera aperta al proprio CEO per chiedere di dismettere la richiesta di versamenti sulla causa di George Floyd.
I dipendenti di Change.org firmano una lettera aperta al proprio CEO per chiedere di dismettere la richiesta di versamenti sulla causa di George Floyd.

Quante volte ci siamo domandati a cosa possa realmente servire una raccolta firme online, se possa realmente smuovere coscienze, se serva almeno a conglobare le persone attorno ad ideali positivi o cos’altro. Ma la vicenda che sta coinvolgendo in queste ore Change.org sembra smontare parte dell’idea romantica che questo tipo di iniziative spesso colora attorno a sé.

Change.org firma contro sé stesso

Nasce tutto da una lettera pubblicata su Medium e che getta contro Change.org il metodo stesso di Change.org, nonché le firme dei propri stessi dipendenti. Si tratta di una lettera dai contenuti forti con cui si pone in evidenza l’indelicata scelta di chiedere 3 dollari in correlazione ad una raccolta firme per avere giustizia nei confronti di chi ha ucciso George Floyd. “Diventa un eroe“: così Change.org incoraggia alla donazione, con un meccanismo che potrebbe però essere facilmente frainteso: quel denaro, infatti, non è in alcun modo direzionato verso la famiglia dello stesso Floyd o degli attivisti Black Lives Matter. Ogni versamento, infatti, va semplicemente nelle casse di Change.org e sono utilizzati in advertising per stimolare ulteriore coinvolgimento sulla piattaforma. Non è una donazione, insomma, e questo non solo va reso trasparente: va sbattuto in faccia a Change.org, spiega la lettera già firmata da molti, perché sulla stessa piattaforma si trovano anche petizione di ordine del tutto opposto, che vorrebbero etichettate le rivolte come legate al terrorismo.

Una battaglia di principio che denuda un riferimento importante come Change.org inchiodandolo alle sue responsabilità e ad una difficile – quanto necessaria – presa di posizione. La piattaforma ovviamente vuole restare neutra, ma di fronte alla rivolta le viene chiesto di mettere da parte le pratiche abituali per dare un significato al proprio essere online: può una piattaforma raccogliere fondi per sé all’interno di una comunicazione legata ad una causa tanto sentita e importante? Può il meccanismo aggirare quanto firmano con convinzione e versano con altrettanta passione, magari senza aver piena consapevolezza del fatto che quella piccola somma non andrà a finire laddove si immaginava – ma, anzi, magari a finanziare una comunicazione di significato esattamente contrario?

La lettera parte dai dipendenti stessi di Change.org ed è indirizzata al CEO Ben Rattray, nonché a Nick Allardice e Reid Hoffman. Il dibattito interno al gruppo si sposta quindi su pubblica piazza ed è su pubblica piazza che dovranno arrivare spiegazioni. Ma su pubblica piazza il clima non è esattamente disteso in questi frangenti e per Change.org si tratta di una sfida identitaria e comunicativa non indifferente. La forza di questa iniziativa è nel suo paradosso: Change.org sta raccogliendo firme contro sé stesso, su di un tema che più di ogni altro sta calamitando le attenzioni degli Stati Uniti.

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12 06 2020
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