Chi deve registrare cosa?

di Paolo De Andreis. Arrivano i soldi della Legge sull'editoria e Bonaiuti chiede la registrazione dei siti editoriali, ma non dice cosa sono. Ambiguità che rinnovano serie preoccupazioni sul futuro della rete italiana
di Paolo De Andreis. Arrivano i soldi della Legge sull'editoria e Bonaiuti chiede la registrazione dei siti editoriali, ma non dice cosa sono. Ambiguità che rinnovano serie preoccupazioni sul futuro della rete italiana


Roma – Che almeno siano chiari diritti e doveri. All’indomani delle dichiarazioni del sottosegretario all’editoria Paolo Bonaiuti si avverte quanto sia necessario chiarire al più presto e in un modo che non lasci spazi alle ambiguità quali sono i “siti editoriali” dei quali si intende chiedere la registrazione.

Sebbene si sia portati a credere che un “sito editoriale” debba essere quello di una impresa editrice, è ovvio che di per sé qualsiasi sito possa definirsi “editoriale”. Il fatto stesso di pubblicare online delle pagine Web significa svolgere un’attività di quel tipo, significa mettere in campo informazioni e opinioni. E la parole di Bonaiuti, secondo cui i siti editoriali devono “registrarsi” non solo lasciano aperte tutte le contraddizioni della Legge sull’editoria ma anche creano preoccupazioni ulteriori in chi opera su web (cosa rischia chi non si registra?).

Quella legge, la 62 del 2001 , parla di “prodotti editoriali” riferendosi pressoché a qualsiasi attività informativa svolta sulla rete. Non solo siti, quindi, ma tutte quelle applicazioni che attraverso internet portano sul computer di milioni di utenti contenuti di ogni genere su pressoché qualsiasi argomento.

Se si prendessero alla lettera le parole di Bonaiuti vi si potrebbe leggere dunque il desiderio di costringere ad una registrazione dal sapore cinese o saudita qualsiasi attività svolta in rete dagli italiani.

Si tratta di parole che qualcuno potrebbe considerare addirittura irresponsabili, visto il livello di incertezza che riversano sui tanti italiani che in rete svolgono le attività più diverse, per i motivi più diversi, tutte evidentemente “editoriali”.

Come se non bastasse, Bonaiuti esalta l’ambiguità del momento, perché ci mette in mezzo anche accuse a chi – chi? – diffonde in modo anonimo notizie che – dice – sulla carta stampata sarebbero oggetto di procedimenti civili e penali.

Ricapitolando.
Se per “siti editoriali” si intendono quelli prodotti da imprese che hanno l’editoria nel proprio DNA è evidente che non si tratta di siti che diffondono alcunché in modo anonimo. Non solo, si tratta di siti di imprese note o notissime, e allora appaiono poco chiare le ragioni di una ulteriore “registrazione”.
Se invece si vuole distruggere ogni ipotesi di anonimato in rete, “aborrendone” la pericolosità (?), allora i “siti editoriali” di cui parla Bonaiuti sono potenzialmente tutte le attività online; e se è così c’è da preoccuparsi.
Se “siti editoriali” e “anonimato” sono intesi come due argomenti da trattare con due diverse impostazioni, allora il sottosegretario farebbe bene a spiegare a tutti di cosa sta parlando.

Impossibile oggi sperare in un tardivo ravvedimento del Governo e del Parlamento che sostengono questa Legge, apparentemente nella più profonda ignoranza di cosa sia e come funzionino internet e il web, ma è senz’altro lecito augurarsi che nel più breve tempo possibile proprio da Governo e Parlamento giunga chiarezza. Chiarezza su chi debba registrare cosa (lasciamo stare il perché), su quando lo si debba fare, su quanto costi, su chi possa o non possa pubblicare cosa e dove, su cosa si intenda con la curiosa espressione “sito editoriale”. Almeno questo, Bonaiuti e i sostenitori di quella Legge lo devono. Alla rete e alla libertà di ciascuno di noi.

Paolo De Andreis

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24 07 2002
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