Cina, carote e bastoni propagandistici

Pechino concede il libero accesso ai media stranieri. Nel contempo fa appello ai netizen per dimostrare che la Cina è unita contro le rappresentazioni di sé offerte dal resto del mondo
Pechino concede il libero accesso ai media stranieri. Nel contempo fa appello ai netizen per dimostrare che la Cina è unita contro le rappresentazioni di sé offerte dal resto del mondo

Concessioni e propaganda, una maggiore libertà di esprimersi e di informarsi e nel contempo una più influente azione di orientamento dell’opinione pubblica: la Cina sperimenta le strategie di comunicazione in rete in vista delle prossime Olimpiadi, dosando con oculatezza apertura e iniezioni di nazionalismo mediatico. Wikipedia è ora accessibile, ma sta raccogliendo numerosissime adesioni una petizione che si scaglia contro la parzialità con cui i media occidentali stanno rappresentando il dipanarsi degli eventi in Tibet .

È accaduto nei giorni scorsi per BBC: improvvisamente i cittadini della rete cinesi hanno avuto la possibilità di accedere alla versione inglese del sito. Ora anche la versione in inglese di Wikipedia è accessibile al di là della grande muraglia.

L’enciclopedia libera ha sempre funzionato a singhiozzo per gli utenti della Repubblica Popolare: la revoca del bando non appare un segnale sincero di apertura in quanto alcune voci sensibili continuano ad essere inaccessibili.

Si tratta di una mossa mediatica in vista dell’avvicinarsi delle Olimpiadi, una reazione alle lasche raccomandazioni dispensate dal Comitato Olimpico, spiegano gli osservatori. Si tratta di una sfaccettatura della vasta strategia messa in atto dalla macchina propagandistica locale: allentare la tensione censoria, spingendo contemporaneamente sull’orgoglio nazionalistico dei propri cittadini.

Il secondo aspetto della tattica di Pechino sembra essere ben esemplificato da una petizione pubblicata su Sina.com , il portale dedicato all’intrattenimento che vanta milioni di utenti di lingua cinese disseminati in tutto il globo. L’obiettivo della petizione? Testimoniare al mondo che i cittadini cinesi sanno scindere realtà da sensazionalismo, che riconoscono come i media occidentali usino una lente deformante per leggere gli avvenimenti in Tibet, che sono pienamente soddisfatti di come Pechino stia gestendo la situazione a Lhasa.

La petizione di Sina.com

Sono oltre 2 milioni le adesioni, adesioni che aumentano al ritmo di 10mila all’ora, sospinte dalla visibilità che i servizi di informazione di tutto il mondo stanno offrendo all’iniziativa. Sono oltre due milioni coloro che ritengono che “CNN, BBC e altri media occidentali abbiano rappresentato in maniera falsa o distorta i violenti episodi di vandalismo avvenuti all’inizio di marzo a Lhasa”. Tutti i firmatari si scagliano contro i media esteri, tutti i firmatari sostengono con orgoglio l’impegno della nazione in cui vivono. Se la maggior parte delle adesioni proviene dalle regioni della Cina, sono oltre 50mila le firme lasciate da netizen localizzati all’estero . È questa una petizione che mira ad infiammare lo spirito nazionalistico della popolazione: uno strumento che facendo leva sul senso di appartenenza non può che consolidare l’ opinione pubblica ufficiale .

Anche questo aspetto della strategia sembra essere stato accuratamente studiato dalle autorità di Pechino: Reporters Sans Frontières ha pubblicato un documento ottenuto da una fonte anonima. Redatto dalle autorità locali nel 2007 in vista delle Olimpiadi, nel documento si pianifica una tattica per gestire al meglio media e opinione pubblica: si parla di bilanciare apertura e propaganda , di mostrarsi disponibili alla libera circolazione delle idee senza rinunciare a controllare e ad indirizzare i flussi di informazione. Il documento prevede una menzione speciale per le strategie da adottare sul web: si parla di consolidare la propria presenza in rete, si parla di aumentare il livello dell’orientamento delle opinioni online.

Gaia Bottà

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06 04 2008
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