Contrappunti/ Questa spaventevole Internet

di Massimo Mantellini - Il Garante della Privacy ha finalmente individuato la Grande Soluzione: usa un nickname e passa la paura

Roma – Il Garante della Privacy Francesco Pizzetti nel corso della settimana appena terminata ha consigliato agli utenti italiani dei social network di registrarsi ad essi utilizzando uno pseudonimo. Secondo il nostro garante, Facebook ed i suoi fratelli mettono a rischio i nostri dati e espongono informazioni riservate al voyeurismo di aziende e curiosoni vari. Tale affermazione è stata rilasciata a margine di un incontro fra i garanti europei, intenzionati ad imporre norme che tengano le informazioni che gli utenti caricano sul loro profili sui software di rete sociale al di fuori della indicizzazione dei motori di ricerca, tentando così di riservare simili private informazioni solo ai nostri “amici” di rete.

Non è ben chiaro se il consiglio di Pizzetti debba essere inteso come l’intuizione di un utente appena sbarcato in rete con il suo inevitabile bagaglio di incertezze e punti interrogativi o se vada considerata una affermazione meglio strutturata e come tale basata su un assunto discutibile: quello che Internet sia un incidente marginale piombato nelle nostre vite e dal quale sia necessario difendersi.

Nel primo caso diamo il benvenuto al neo-utente Internet Pizzetti, rammentandogli che l’etica del nickname è non solo vecchia di oltre un decennio, ma rappresenta ormai un giardino spoglio e poco frequentato. Nascondere la propria identità dietro un nome di fantasia è il residuo storico di una idea che era un tempo saldamente condivisa (quella che in rete valessero più le parole delle facce e che su tale nuova scala di valori si potesse costruire un mondo meno imperfetto di quello fino ad allora noto) ma poi gradualmente superata dalla constatazione che Internet non sia più un circolo ricreativo dove si va a rappresentare una parte di se stessi differente da quella reale ma che incarni, banalmente, una quota organica della nostra identità sociale.

C’è da chiedersi: perché Pizzetti non suggerisce l’utilizzo dei nickname per esempio negli elenchi del telefono? Non sarebbe un’ottima idea? Solo io potrei sapere che “anatrella63” è mia zia e nessun martire del telemarketing potrebbe chiamare all’ora di cena chiedendo di poter interloquire col signor o la signora “anatrella63”. Purtroppo “anatrella63” è uscita – si potrebbe rispondere – ma se vuole può parlare con me che sono “sepultura85”.

La tutela della privacy è certamente sacrosanta e vale forse la pena ricordare che Internet ci ha fornito strumenti inediti e potentissimi per tutelarla, ma certe affermazioni, anche se apparentemente di buon senso, hanno purtroppo una sola concreta spiegazione: sono fatte da persone che rifiutano Internet come parte integrante della nostra identità individuale.

E su queste tematiche oggi Facebook sembra essere diventato il nuovo bersaglio sul quale focalizzare l’attenzione. L’alcolizzato cocainomane che uccide a colpi di mannaia la moglie lo ha fatto, secondo i media impazziti, per una sola ragione: perché la moglie ha mutato il suo status su Facebook tornando single. L’eco mediatica di queste e altre stupidaggini non può non avere un immediato riscontro istituzionale.

Il Garante della Privacy negli ultimi mesi ha individuato una serie di punti di debolezza della nostra privacy online: prima ha inneggiato ad un diritto all’oblio degli utenti dei motori di ricerca, quasi che il pagerank avesse una anima e dovesse decidere di caso in caso cosa evidenziare e cosa no con la “diligenza del buon padre di famiglia”. Poi ha focalizzato la sua attenzione sulle piattaforme sociali e solo qualche mese fa dichiarava al Corriere della Sera che l’uso di YouTube e dei social network “può determinare in futuro, specie nel momento dell’accesso al lavoro, rischi anche gravi per giovani e giovanissimi, che spesso usano queste tecnologie con spensieratezza e inconsapevolezza”.

È certamente vero: eppure questa attenzione così insistita ha qualcosa di paradossale. Viviamo in un mondo nel quale soggetti terzi maneggiano quotidianamente tonnellate di nostre informazioni personali al di fuori del nostro controllo: le banche sanno tutto di noi, il marketing disattende qualsiasi norma imposta, le aziende vengono fin dentro le nostre case a presentarci i propri prodotti non richiesti ed il Garante della Privacy, come un tipo strano che raccoglie margherite sotto il bombardamento, si preoccupa delle nostre pratiche di rete. E come lo fa poi? Insegnandoci la magia del No index nelle pagine web? Invitando le scuole a sensibilizzare gli studenti sulle buone abitudini in rete? Macché. Francesco Pizzetti ci suggerisce di sceglierci un nickname e con quello navigare felici fra i marosi.

E mentre ce lo suggerisce, ci avvisa paterno che Internet è un giochetto a doppio taglio, che si corrono rischi, che domani poi avremo di che pentirci della nostra sprovvedutezza. Invece di leggersi quello che da anni scrive per esempio Danah Boyd sulla sostanziale irrilevanza che gran parte dei giovani navigatori riserva alla propria privacy in rete, un campo amplissimo sul quale lavorare per sviluppare domani una coscienza collettiva, Pizzetti alza l’ennesimo grido di allarme su quanto Internet sia pericolosa. Mentre sul nostro telefono, dal quale si affacciano centinaia di rompiscatole ogni sera, su quello invece, misteriosamente, no.

Massimo Mantellini
Manteblog

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  • aistu scrive:
    Giornalistiiiiii TIEEE'
    L'articolo è di informazione ed è bene che sia tale, meno informative sono alcune considerazioni del tutto personali di chi ha scritto l'articolo;note che potrebbero insinuare il germe del sospetto in chi non ha ancora molta confidenza con la genetica (e nuove tecnologie annesse);note come "Conoscere la sequenza completa del DNA e le caratteristiche dei marcatori genomici di una persona significa poter prevedere i rischi e le opportunità inscritte nei suoi geni: una manna per datori di lavoro e assicuratori che si affidino pedissequamente al determinismo genetico, un incubo per cittadini che potrebbero essere marchiati con uno stigma di cui non si possono liberare.", non credo che l'autore dell'articolo abbia visto Gattaca, magari se lo avesse fatto avrebbe capito che non sempre ciò che è scritto nel DNA è legge universale (visto che il DNA è soggetto a cambiamenti/mutazioni, sia in un senso che nell'altro) e soprattutto che non è una sfera di cristallo dalla quale poter attingere il nostro futuro in maniera sensibile. Ma del resto trovare Giornalisti (con la G maiuscola) qui su punto-informatico è impresa sempre più ardua, W punto-G.
    • Gangia scrive:
      Re: Giornalistiiiiii TIEEE'
      "Una manna per datori di lavoro e assicuratori che si affidino pedissequamente al determinismo genetico, un incubo per cittadini che potrebbero essere marchiati con uno stigma di cui non si possono liberare."Io penso che non hai capito minimamente quello che hai letto.
      • aistu scrive:
        Re: Giornalistiiiiii TIEEE'

        Io penso che non hai capito minimamente quello
        che hai
        letto.Troppo comodo dire "non hai capito" senza offrire un proprio punto di vista, cosa avrei capito secondo lei? Mr. THC!?
    • guidoz scrive:
      Re: Giornalistiiiiii TIEEE'
      - Scritto da: aistu
      L'articolo è di informazione ed è bene che sia
      tale, meno informative sono alcune considerazioni
      del tutto personali di chi ha scritto
      l'articolo;
      note che potrebbero insinuare il germe del
      sospetto in chi non ha ancora molta confidenza
      con la genetica (e nuove tecnologie
      annesse);
      note come "Conoscere la sequenza completa del DNA
      e le caratteristiche dei marcatori genomici di
      una persona significa poter prevedere i rischi e
      le opportunità inscritte nei suoi geni: una manna
      per datori di lavoro e assicuratori che si
      affidino pedissequamente al determinismo
      genetico, un incubo per cittadini che potrebbero
      essere marchiati con uno stigma di cui non si
      possono liberare.", non credo che l'autore
      dell'articolo abbia visto Gattaca, magari se lo
      avesse fatto avrebbe capito che non sempre ciò
      che è scritto nel DNA è legge universale (visto
      che il DNA è soggetto a cambiamenti/mutazioni,
      sia in un senso che nell'altro) e soprattutto che
      non è una sfera di cristallo dalla quale poter
      attingere il nostro futuro in maniera sensibile.
      Ma del resto trovare Giornalisti (con la G
      maiuscola) qui su punto-informatico è impresa
      sempre più ardua, W
      punto-G.Ah beh, se le tue fonti sono discutibili film di fantascienza... beh, la tua opinione è sicuramente molto più significativa di quella di chi ha scritto il pezzo :P
  • CCC scrive:
    Migliorare... cosa?
    l'obiettivo è offrire alla ricerca un panel di dati genetici e sanitari di 100mila persone, in modo che chiunque possa estrarre informazioni, elaborare teorie e operare per far progredire la ricerca e migliorare la qualità della vita delle persone. qualità della vita delle persone... o qualità delle tecniche di controllo e coercizione disponibili per i "potenti"?
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