Criptomonete: quanta elettricità consumano?

Quanta elettricità serve per minare le principali criptovalute? Complessivamente, quanto i consumi di un paese come l'Olanda, con stime in crescita.

Criptomonete: quanta elettricità consumano?

Se le criptovalute sono una moneta dematerializzata, di cosa sono fatte le valute virtuali? La risposta può essere soltanto una: di elettricità. Se le criptovalute sono un insieme di protocolli utili per validare il passaggio certificato di unità di informazione, all’interno delle quali è conservato un valore intrinseco, l’elettricità è ciò che consente alle macchine di tenere in vita il servizio di creazione, validazione e transazione delle informazioni stesse. Per produrre Bitcoin e simili, insomma, serve elettricità. Molta elettricità. Moltissima elettricità.

Quanta elettricità serve?

Il blog “Great wall of numbers” ha cercato di quantificare con metodi necessariamente approssimativi (ma comunque utili a trovare la giusta dimensione – per comprendere il fenomeno) il consumo di elettricità necessario per tenere in vita le principali criptovalute sul mercato. Il metodo prescelto è per definizione conservativo, utile a dare una stima in difetto del consumo di elettricità necessario per minare moneta virtuale. Il risultato non tiene quindi conto delle onerose attività di raffreddamento dei server, non considera altri consumi correlati alle attività di mining, non misura le inefficienze esistenti e altro ancora: il calcolo, insomma, cerca in modo secco quale possa essere il consumo netto dell’attività di mining.

Nel caso dei Bitcoin, ad esempio, si parte dal network hashrate di 50 exahash al secondo, si prende a riferimento l’hardware più diffuso per l’attività di mining e si arriva ad una quantificazione pari a poco più di 50 miliardi di kWh annui. Il solo Bitcoin, insomma, consuma tanta elettricità quanta ne consumano paesi quali Algeria o Grecia nella stessa unità di tempo. Ulteriori stime con metodi differenti (pdf) raggiungono una dimensione similare, ipotizzando consumi per i Bitcoin tra i 3 e gli 8 GW, con “modelli economici che suggeriscono che il consumo gravita più probabilmente attorno a quest’ultima ipotesi”.

La lista delle criptovalute è però lunga e la valutazione deve tenere in considerazione almeno le valute principali: l’analisi si estende pertanto anche a Bitcoin Cash, Ethereum, Litecoin e Monero (ogni singolo caso implica considerazioni specifiche, per le quali si consiglia di fare riferimento all’articolo che esplica in modo dettagliato il metodo analitico utilizzato per ognuna). Il risultato finale deve inevitabilmente far riflettere: per minare le cinque principali criptovalute occorre un consumo elettrico approssimativamente pari a quello dell’Olanda (secondo i dati “The World Factbook” utilizzati dalla citata scheda Wikipedia, si tratta del 31esimo paese al mondo più esigente in termini di consumi elettrici).

Elettricità, denaro e CO2

L’analisi deve necessariamente fermarsi a questo stadio per vari motivi:

  • la stima è approssimativa e con ogni probabilità fortemente in difetto: calcolare quanta elettricità serva per mantenere efficienti le criptovalute innescherebbe un sicuro rialzo dei numeri fin qui misurati;
  • la stima è inoltre in difetto anche in virtù di un ecosistema di criptovalute in continuo aumento, sebbene al tempo stesso sia continua l’ottimizzazione di codici e attrezzature (elementi che dovrebbero calmierare i costi dell’infrastruttura);
  • la stima è relativa ai kWh e non considera pertanto più strettamente i costi: sotto questa voce occorrerebbe infatti annoverare anche l’hardware necessario, di rapido deperimento e dai costi pertanto evidentemente elevati.

In assenza di stime più approfondite, diventa pertanto un esercizio di stile immaginare un confronto tra i costi di mantenimento delle criptovalute e quelli di mantenimento delle valute tradizionali: troppe e troppo consistenti le differenze. Tuttavia la valutazione del consumo elettrico apre anche ad ulteriori considerazioni: nel contesto di un mercato dell’elettricità che non riesce a supportare la crescita dei consumi con la sola crescita delle fonti rinnovabili, l’impennata dei consumi da mining è in certi casi all’origine di un ritorno al carbone o comunque inevitabilmente causa di inquinamento in un mercato ancora non del tutto avviato sulla strada della decarbonizzazione.

Sebbene le criptovalute siano dematerializzate, la loro gestione ha invece ripercussioni forti nella realtà ed estremamente concrete dal punto di vista materiale. In attesa di capire quanto la blockchain possa imporsi su ampia scala, ed in attesa soprattutto di capire se le attuali criptovalute possano essere una realtà solida nel mercato delle transazioni del futuro, occorre tenere in stretta considerazione anche elementi collaterali potenzialmente fondamentali. Il consumo energetico è uno di questi aspetti: un sistema che nel giro di appena un decennio ha raggiunto tassi di consumo elettrico pari ad uno dei principali paesi sviluppati al mondo, è una variabile impossibile da ignorare sia da parte dei gestori delle reti, sia da parte di chi affronta le politiche energetiche internazionali. Quando la relazione tra Bitcoin ed emissione di CO2 sarà più scientifica e completa, inoltre, sarà il momento di aprire ad altri ed ulteriori fronti d’analisi.

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